Utilizzare il periodo del Governo tecnico per preparare un nuovo modello di sviluppo

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governo tecnicoLa differenza tra Governo tecnico e Governo politico è  immediatamente intuibile. Tuttavia in questi giorni abbiamo spesso letto e sentito dire che non esiste Governo tecnico, perché tutti i governi sono per loro stessa natura politici. E questo è vero, ma è necessario allora precisare in che senso si intende l’uso della parola politica.

La quale può essere intesa in due maniere: una prima come modalità dell’azione politica e riguarda le mediazioni, le cautele, la tempestività, l’accelerazione, insomma tutto ciò che concerne il comportamento pratico dell’uomo politico.

L’altra accezione della parola politica si riferisce invece alle  finalità del progetto politico che un raggruppamento di cittadini e i suoi leaders intendono perseguire. Naturalmente tutti sappiamo che, secondo il concetto classico proprio della nostra cultura, per politica s’intende tutto ciò che si riferisce al perseguimento del bene  della società verso la quale si è assunto l’impegno etico di operare.

Vi è ovviamente anche la definizione di politica come scienza e arte del governare, ma non è certo in questa sede il caso di effettuare un esercizio di teoria politologica.

In concreto, dunque, il problema che si pone oggi è quello di analizzare gli eventi in corso e attribuire perciò al Governo Monti il carattere di Governo provvisorio, limitato alla gestione della crisi contingente e alla messa in opera dei provvedimenti già predisposti dal Governo precedente.

Che questa provvisorietà si esaurisca in otto o in sedici mesi è tutto da vedere e in sostanza non è molto importante. Quello che invece è importante riguarda il nostro mondo politico il quale deve essere impegnato d’ora in poi nella preparazione di moderni programmi per l’assunzione di responsabilità e di decisioni che vanno al di là del contingente.

Vi è infatti tra di noi una dirigenza politica, alla quale si riferiscono molti cittadini elettori, che è portatrice non solo di valori ben individuati, ma anche di elaborazioni progettuali che vengono da lontano e che hanno la caratteristica di rispondere alle problematiche attuali di carattere nazionale, europeo e anche in rapporto con gli avvenimenti internazionali pure essi incombenti (per esempio il problema dei flussi energetici provenienti dall’Est  e dal Sud-est che potrebbero essere interrotti da un possibile nuovo conflitto medio-orientale).

Ecco dunque che si pone per noi la necessità di assumere una visione che vada oltre la modalità precaria dell’azione politica odierna, che punti a predisporre e a lanciare un progetto politico adeguato alle necessità interne ed esterne e che sia capace di mobilitare le coscienze e i consensi.

Ovviamente tutto questo richiede capacità di prevedere gli eventi, impegno a far sì che le azioni siano adeguate al programma e che quindi sia in grado di individuare le competenze che adeguino i mezzi ai fini proposti. Insomma si tratta di passare dalla tattica alla strategia.

In questi giorni vi sono stati molti editorialisti che hanno cercato di individuare le strade da percorrere nel breve periodo. Emblematico a questo riguardo è stato il giornale Il Sole 24 ore che domenica 13 novembre ha pubblicato in prima pagina, affiancati, tre editoriali con un occhiello ciascuno: “Le cose da non fare”, “Le cose da fare”, “Le cose da cambiare”.

Per quanto riguarda le cose da non fare, Giuliano Amato invita a non perseguire l’immediato ricorso alle elezioni, addirittura sotto il titolo “Con le urne si perdono euro e onore”. Questo editoriale non merita alcun commento. Per quanto invece riguarda le cose da fare, Luigi Zingales sostiene che “Per Monti vi è un mandato da curatore fallimentare”, ossia che il Presidente del Consiglio incaricato, non ha il mandato di fare piani di sviluppo, ma di ristrutturare l’impresa Italia esclusivamente per evitare la liquidazione. Pure questo è un editoriale da non commentare perché considera la nostra Nazione alla stregua di una azienda che si può indifferentemente chiudere oppure vendere.

Più interessante invece è l’articolo del prof. Guido Rossi, che riguarda le cose da cambiare, “L’anomalia italiana è l’inedia della politica” il quale è un titolo riduttivo rispetto a quanto invece è trattato all’interno dello scritto. Vale la pena di entrare nel merito.

Dopo aver osservato che in realtà «il nostro Paese da tempo teneva una rigorosa linea di contenimento della spesa e pertanto del deficit e del debito; e inoltre che il sistema bancario non si era riempito di titoli tossici rischiando il fallimento» (come invece è avvenuto in altri sistemi a cominciare da quelli degli Stati Uniti, ma anche della Germania e della Francia), l’autore afferma che la problematica italiana odierna «ha origine in una ingiustificata fede nella razionalità ed efficienza dei mercati e nelle tecniche della finanza globale».

L’articolista accusa deliberatamente «le politiche di deregolamentazione, la creazione di incontrollati strumenti della finanza, il convergere di una massa monetaria infilata nei derivati e nelle banche ombra, che hanno ormai un peso ben maggiore del sistema bancario tradizionale».

Il prof. Rossi osserva quindi che queste politiche di anarchia liberista, partite «dagli Stati Uniti d’America hanno creato un facile contagio nella stessa Europa», contagio facilitato dalla attuale tecnologia che «tiene strettamente legate fra di loro le operazioni delle grandi banche, degli hedge fund, degli equity fund, delle security, delle shadow bank, che sono sempre più internazionali e globali per loro natura».

A questo punto il prof. Rossi osserva che non «è ora pensabile che questa crisi di sistema, di equilibri che mettono a repentaglio non solo la vita economica, ma quella politica e sociale dei vari Paesi, possa essere guidata esclusivamente dalla  filosofia delle banche centrali o delle grandi istituzioni finanziarie».

Pertanto l’appello che ne deriva è quello dell’«urgenza della riforma dei mercati finanziari a livello globale» attraverso una azione strategica della politica degli Stati e contemporaneamente della mobilitazione di tutti i cittadini perché «sostengano governi capaci di stabili maggioranze democratiche».

Quello che interessa notare, comunque, è la conclusione che trae il prof. Rossi e riguarda il fatto che in Italia vi è un difetto di democrazia nel senso che il primato della politica, intesa come  servizio verso i cittadini e capacità di governare, deve trovare negli stessi cittadini la possibilità di eleggere un Parlamento consapevole e competente.

A questo punto l’auspicio – come appare evidente – è generico. Perché non indica la maniera attraverso la quale venga realizzata una rappresentanza adeguata agli scopi da raggiungere.

Insomma l’analisi relativa al difetto di democrazia deve essere completata, ossia deve essere esplicita e riferirsi al fatto che il cittadino attualmente si esprime in forma astratta e generica dando un mandato in bianco al sistema partitocratico e oligarchico.

Si pone quindi la necessità di individuare una diversa e completa forma di rappresentanza che esprima anche mandati  secondo le proprie capacità professionali e quindi costituisca un Parlamento di competenze responsabili e ben individuabili.

I prossimi mesi saranno con tutta probabilità di transizione e quindi potrebbero essere utilmente impiegati a preparare una coscienza costituente al fine, non solo di risanare, ma di creare le condizioni per un nuovo modello di sviluppo per il nostro Paese.

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