Una costituente per il ” dopo Monti “

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CostituenteIl vero problema politico italiano non è tanto quello limitato ad  affrontare le elezioni del prossimo anno, ma piuttosto quello di predisporre  le  strutture del nuovo  Stato che si rende necessario per l’Italia del “dopo Monti”, ossia di quella che  dovrà coinciderà con l’inizio della Terza Repubblica e un consistente protagonismo europeo.

Se si rimane nell’ambito della sola problematica rivolta alla sopravvivenza dei singoli parlamentari entro  l’ attuale confine strutturale  – e non mobilitante  !  – del partito esistente , non solo si perdono le elezioni, ma anche non si pongono le basi per una ripresa dell’incidenza  di una forza politica che  ha molto da dire e  molto da fare per il bene del Paese.

La questione è duplice: anzitutto gli italiani sono confusi e sfiduciati e abbisognano di trovare motivi  convincenti addirittura per andare a votare. Gli ultimi sondaggi dicono che quasi il 45 % di essi non sa per chi votare e, se oggi si celebrassero le elezioni , se ne asterrebbero ancor di più, mentre  (forse) il 25 % voterebbe il centrosinistra e ( forse) il 20 % voterebbe il centrodestra.

In secondo luogo a tutti appare chiaro che la crisi attuale non è dovuta solo  alle singole deficienze delle istituzioni o di molti degli esponenti politici, ma all’intera struttura costituzionale della società organizzata a Stato. Tutti si rendono conto che anzitutto  è necessario un nuovo sistema per la selezione della classe dirigente e, che essa, insieme con una competenza specifica,  provata sul campo del lavoro prima delle elezioni,  disponga anche della possibilità di funzionare. Insomma di essere capace ed efficiente.

Ma per aver a disposizione un simile sistema bisogna rifare l’attuale Costituzione. La sola riforma del semipresidenzialismo non serve e, per quanto riguarda le prossime elezioni non è mobilitante. Insomma per ridare fiducia bisogna promuovere una accesa ed energica fase  costituente,  altrimenti i  cittadini non andranno alle urne: il primo che  – subito ! –  si farà banditore di campagna elettorale per una legislazione costituente avrà possibilità di successo. Diversamente l’esito sarà deludente.

Una riforma elettorale che limitasse  le cooptazioni da parte delle oligarchie di partito, e che introducesse soltanto sistemi di preferenza,  non muterebbe granché nella qualità della selezione.

E’ la base elettorale che va modificata, ossia la tipologia del cittadino elettore: non più solo l’individuo indifferenziato ed anonimo, ma la persona consapevole che opera e nell’operare si qualifica.

Quindi la selezione deve avvenire non solo attraverso i partiti, ma anche, e soprattutto, attraverso le categorie del lavoro.  Insomma si deve realizzare l’articolo 1° della attuale Costituzione ( forse uno dei pochi da mantenere in vita ! ): ” L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.Ma finora il lavoro in tutte le sue forme  – professionali, culturali, dipendenti, indipendenti. imprenditoriali, artigiane ecc. – non è rappresentato direttamente in Parlamento, ossia dove si fanno le leggi.

Per questo l’attuale dibattito su come affrontare la imminente campagna elettorale  pensando solo  a copiare lo strepitio dei grillini oppure a raccogliere voti tramite più liste “civiche” collegate è del tutto vacuo. Agli Italiani bisogna dare prospettive concrete globali, non solo parole di  propaganda su argomenti di dettaglio.

Ormai appare chiaro a tutti che l’esecutivo presieduto dal prof. Mario Monti ha sbagliato l’approccio iniziale della sua politica. E questo è dovuto al fatto che anch’egli è frutto della cultura della Prima repubblica  e  dell’attuale sistema politico.

Lo ha  riconosciuto lo stesso Giuliano Amato, una specie di mostro sacro della vecchia socialdemocrazia italiana , criticando Monti per la sua politica economica meramente fiscale invece che programmatoria dello sviluppo

.  E’ «controproducente, ma questo lo si era percepito da tempo  – ha scritto su Il Sole/24 ore del 10 giugno 2012  –  la severità di bilancio non accompagnata da efficaci politiche di crescita, giacché lasciare senza equilibri gli effetti recessivi prodotti dall’austerità, significa provocare una caduta delle entrate, che potrà rendere a sua volta difficile ripagare il debito pubblico».

Pure noi su queste colonne avevamo scritto, fin dall’inizio dell’esperimento Monti, che il rigore fiscale senza misure per la ripresa della espansione era un non senso, e che tale errore era  un gravissimo danno per l’Italia. Un errore del genere non l’avrebbe fatto nemmeno uno studente al primo anno di studi economici !

Del pari ha sorpreso la scarsa incisività della relazione del nuovo Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, ma lo si comprende: egli usa lo stesso alfabeto del collega Monti.

Mentre in passato,  il 31 maggio di ogni anno, era consuetudine dei Governatori incalzare il Governo,  con dati statistici e indicazioni di deficienze, quest’anno  non si è fatto nemmeno un accenno al ritardo e alla annunciata “leggerezza” del “pacchetto crescita”  al quale sta lavorando il governo indicando fin d’ora ben poche risorse e ben poche idee. Ci sarà spiegato perchè per il Fondo salva Stati europei si sono già impegnati da parte dell’Italia oltre 48 miliardi ( dicesi” miliardi”) di euro (ed ancora se ne impegneranno per il sistema bancario spagnolo), mentre il Ministro dello Sviluppo (?) si gloria di mobilitare 100 milioni (dicesi “milioni”) per la ripresa antirecessione  tra l’altro già impegnati dal governo Berlusconi

Né Visco ha parlato della riforma del lavoro operata dal governo, i cui limiti per la ripresa economica e sociale sono ben evidenti. Sono argomenti  importanti ai fini dell’economia reale e quindi dell’impegno che il mondo bancario italiano  – sottoposto alla sorveglianza della Banca d’Italia  – dovrebbe svolgere sotto la sua costante pressione.

Certamente il nuovo Governatore ha denunciato il fatto che « si è pagato il prezzo troppo alto di un innalzamento della pressione fiscale a livelli ormai  incompatibili con una crescita sostenuta ». Ma non ha affatto esortato la banche a sostenere con adeguata liquidità l’attività produttiva e distributiva del sistema economico italiano.  Egli a tal riguardo si è preoccupato piuttosto di giustificare i gruppi dirigenti bancari per i loro malesseri e per le loro demotivazioni …

Non possiamo non far nostra l’osservazione di Dario Di Vico  ( Il Corriere della Sera  del 1° giugno scorso). «Ma , pur senza tornare alle polemiche sul credit crunch e sull’uso della liquidità Bce, siamo proprio sicuri che si stiano facendo i necessari passi in avanti nell’individuazione del merito di credito delle imprese ?».

Il sistema bancario ha imparato a  valutare le trasformazioni tecnologiche e  territoriali, nonché la internazionalizzazione delle imprese ? Ha affrontato con mezzi conoscitivi adeguati il giudizio che deve essere fatto nei confronti della nuova dirigenza imprenditoriale ?

Né risulta che in Italia si giochi la carta degli aiuti all’innovazione. All’estero ci si avvale di una solida programmazione, mentre da noi continua a dominare l’incertezza nelle norme e nelle risorse disponibili. Tutto ciò comporta impossibilità di scelte nei nuovi investimenti.

Ebbene  abbiamo citato questi aspetti negativi riguardanti la politica economica perché essa  discende da una vecchia concezione non aggiornata  rispetto alle funzioni che deve svolgere lo Stato nell’epoca attuale.  Quella che oggi informa l’agire di coloro che decidono in sede governativa e dintorni è secondo i modelli della vecchia liberaldemocrazia ottocentesca degradata dalla partitocrazia della Prima e della Seconda repubblica. Il governo continua ad essere  schiavo di concezioni ossequenti alle teorie economiche che vedono solo l’aspetto mercatistico e della pura miopia aziendale della gestione del credito e del risparmio.

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