Senza programmi per lo sviluppo non c’è alcun futuro

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Allo stato attuale dell’evoluzione della crisi in corso in Europa appaiono incombenti alcune misure da prendere. Talune immediate, altre di prospettiva.

Mentre in Italia entreranno in funzione i provvedimenti, soprattutto fiscali, adottati dal Governo Monti, è probabile che con il summit dell’Eurozona, oggi, e con la riunione del Consiglio d’Europa, che si tiene  domani 9 dicembre, si delinei finalmente un deciso indirizzo volto ad affrontare l’offensiva in corso contro l’euro e, attraverso esso, contro l’intera economia europea.

Non c’è dubbio che il risanamento italiano non possa avvenire altro che insieme con una ristrutturazione dell’intera politica economica del nostro continente a incominciare da quella che riguarda l’Eurozona.

Che questo avvenga gradualmente, prima per i 17 Paesi che usano la moneta comune e che poi venga estesa agli altri 27 Paesi dell’Unione, è una questione da vedersi e in ogni caso non è decisiva. Quella che è decisiva invece è la creazione di una unica politica economica e non solo gestire separatamente le singole politiche fiscale e monetaria. Quindi tutto ciò comporta la necessità di pensare all’Europa come un’unica Nazione soggetto attivo per tutti i Paesi componenti.

Sostenere questa tesi da parte di una forza politica, come è la nostra che vuole avere un futuro, significa assumere una drastica posizione contro il secessionismo, solo apparentemente velleitario della Lega Nord, che in realtà è volto ad una deprimente balcanizzazione del nostro Paese e quindi a farne solo una misera appendice periferica del continente.

Insomma si tratta di individuare coraggiosamente le tappe necessarie per arrivare in breve tempo alla creazione degli Stati Uniti d’Europa e dare ad essi – è bene ripeterlo – il loro ruolo protagonista nella politica mondiale.

Un’Europa protagonista significa anche un’Italia protagonista.

Tutto ciò è possibile cominciando dal rafforzamento del governo dell’euro attraverso l’azione congiunta dei tre organismi oggi esistenti in Europa: Parlamento, Commissione e Consiglio.

La revisione dei Trattati dovrà avvenire di conseguenza ma essa sarà praticamente lo sbocco logico derivante da accordi interistituzionali già operanti.

In questo percorso l’Italia deve svolgere autorevolmente la sua parte non solo perché ne ha il diritto come cofondatrice dell’Unione, e quindi come componente essenziale della Nazione Stati Uniti d’Europa, ma perché la sua capacità civile e d’impulso creativo costituiscono il dna del suo popolo e anche oggi i suoi fondamentali economici sono perfettamente in regola.

Non dobbiamo a questo proposito lasciarci influenzare dalla drammatizzazione retorica – per alcuni versi forse necessaria – usata dal Presidente del Consiglio Monti quando parla di “rischio fallimento”, misure “lacrime e sangue”, “disastro” incombente  ed altre espressioni da ultima spiaggia che sono volte più a giustificare una sua mano libera nella pressione fiscale e fornire una alibi di fronte all’elettorato all’avvallo  datogli delle forze politiche che lo sostengono.

Dobbiamo guardare perciò oltre i mesi che ci attendono, e prepararci a predisporre le misure perché le potenzialità italiane diventino realtà di ripresa.

Si tratterà di affrontare l’immediato futuro su tre piani. Anzitutto su quello politico, attraverso una seria fase costituente che rafforzi la rappresentatività del Parlamento collegandola veramente con tutte le attività produttive, oltre che di opinione, del popolo italiano.

In secondo luogo sarà necessario predisporre una politica di grandi lavori pubblici volta ad ammodernare le infrastrutture delle grandi reti (stradali, delle comunicazioni, dei trasporti ecc.) nonché del sistema energetico e di quello del credito. E’ ben noto che una politica economica del genere costituisce un potente volano per la ripresa degli investimenti nelle strutture direttamente produttive ed offre ai cittadini immediato potere d’acquisto per sostenere i consumi.

In terzo luogo, favorire il rafforzamento dei residuali grandi complessi industriali italiani, puntare al riaccorpamento per grandi settori delle piccole imprese e finanziare l’ampliamento delle medie industrie esistenti affinché assumano dimensioni tali da essere traenti e competitive. Il sistema delle sole piccole e medie imprese non è più sufficiente a fare del nostro Paese una potenza economica mondiale.

Le misure prese in questi giorni dal Governo Monti sono evidentemente del tutto insufficienti a bloccare la recessione e ad imboccare la strada della crescita.

Non c’è dubbio che per fare tutto questo oltre che un Parlamento composto da politici avveduti e lungimiranti, frutto di una vera selezione, sia necessario far conto anche su una composizione parlamentare basata su conoscenze ed esperienze maturate sul campo. Solo con un Parlamento così riformato è possibile esprimere una politica programmatoria e un Governo capace di strategie lungimiranti.

Vi è tuttavia una emergenza impellente ed è quella di sconfiggere l’attuale stato di illiquidità nei finanziamenti da parte del sistema bancario.

Dobbiamo avere la consapevolezza che un anno fa l’Unione Europea ha fatto scelte sbagliate quando ha intrecciato la crisi dei debiti sovrani con quelli dei debiti bancari.

Allo stato attuale delle cose è inutile recriminare su questo errore, l’importante è porvi rimedio. Il sistema delle imprese, degli investimenti e dei consumi non possono aspettare.

Un primo passo è stato quello fatto, anche dall’Italia, della garanzia dello Stato sui prestiti bancari. Occorrerà adesso continuare sulla strada intrapresa e il compito principale sarà l’assunzione da parte dell’Unione Europea della responsabilità di definire regole fiscali comuni aderendo alle quali ogni Paese sarà considerato solvibile.

Tale compito spetterà alla EBA, ossia dalla autorità di vigilanza sulle banche europee, lasciando alla BCE, cioè alla Banca Centrale Europea,  la gestione della liquidità attraverso il continuo monitoraggio delle esigenze (rifinanziamento dei titoli pubblici), sia volto ad invertire l’attuale tendenza delle banche a ridurre le aperture di credito.

Tutto ciò non vuol dire che si debba mettere in pericolo la stabilità monetaria, ma una politica di stabilizzazione passa attraverso la riduzione del costo del finanziamento bancario. La ventilata possibilità di scendere all’1% dei tassi d’interesse chiesti dalla BCE è già un segno rassicurante a questo riguardo.

Tuttavia va riaffermato il principio che non sono sufficienti le sole politiche monetarie e fiscali nel governo dell’economia.

L’impulso principale è sempre stato, nella storia delle moderne economie, quello determinato da parlamenti effettivamente rappresentativi perché radicati nella dinamica della società reale  e dell’economia intraprendente e da governi che sappiano andare oltre le contingenze programmando effettivamente lo sviluppo possibile.

Oggi gli strumenti tecnici, informatici e scientifici esistono sia per esaminare le tendenze, sia per effettuare le previsioni. Senza una programmazione dello sviluppo non solo l’Italia, ma nemmeno l’Europa, ha un avvenire.

 

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