Ora il problema è il nuovo ruolo dell’Europa

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G20Mentre va in edicola questo numero de Il Secolo d’Italia si sta svolgendo a Cannes il G20, ossia l’incontro fra i rappresentanti delle venti potenze più ricche della Terra che dovranno affrontare un impegnativo calendario di lavori a causa dell’avvitarsi della recessione mondiale.

Dal 2008 si è cercato di effettuare analisi approfondite da vari punti di vista lasciando tuttavia quasi sempre insoddisfatti  gli stessi economisti, spesso di vaglia, che vi si erano applicati  perché gli aspetti della crisi sono andati mutando e la sua estensione ha coinvolto sempre maggiori  e diversi settori in tutto il mondo.

Dal punto di vista formale prima si è stimato che si trattava di un fatto temporaneo, legato ad un ciclo breve con andamento a V (prima in basso “a picco” e poi in risalita), successivamente di un andamento di medio periodo con andamento a W, mentre ora ci si convince sempre più che si tratta di processo di più lunga durata che riguarda sia una forma di anarco-liberismo, quale quello monetarista predicato dalla scuola di Chicago, sia un generale  e profondo riequilibrio in atto a causa dei lievitanti tassi di crescita dei Paesi ex emergenti, ed ora emersi, nonché di quelli   occidentali ora in fase di decrescita, mentre acquistano  rilievo le masse sempre più numerose per ragioni demografiche dei più poveri.

Recentemente un economista francese, Pascal Salin, ha sostenuto che l’errore è stato nell’aver finanziato il consumo di beni, mentre invece doveva essere favorito il risparmio in quanto è esso che, una volta investito, da luogo alla produttività la quale a sua volta genera occupazione.  La tesi ha avuto dei sostenitori in Italia tra i quali, per esempio, Francesco Forte e Alberto Mingardi.

L’altro errore sarebbe stata la tassazione del risparmio sotto un doppio aspetto, ossia nel momento nel quale si forma il reddito e nel momento nel quale si tassa quella parte del reddito che viene risparmiata e poi investita.

E’ questa una tesi che tende ad affermare nella sostanza che la crisi odierna non è colpa del capitalismo come sistema, ma di chi ha fatto prevalere, finaziandolo con politiche monetarie espansive – come ha fatto la Federal Reserve americana guidata da Alan Greenspan  –  l’aspetto più finanziario e speculativo del mercato del denaro rispetto al mercato del capitale investito  in attività produttive.

La tesi ha il suo fascino, ma  è certamente parziale e non esauriente. In realtà si tratta della crisi insuperabile di un modello di crescita meramente quantitativa,  introdotto  dopo la fine del Secondo conflitto mondiale, secondo il quale il welfare, ossia il benessere doveva scaturire automaticamente dalla competizione senza regole, a causa del magico potere di un  mercato totalmente libero di esprimere in tutti i campi sempre la maggior disponibilità di ogni cosa (materie prime, energia,  merci, capitali, lavoro umano, tecnica, scienza) e  in tutti i settori della vita individuale ed associata i migliori servizi (strutture produttive, infrastrutture, comunicazioni, trasporti, scuola, sanità; per taluni anche sicurezza, giustizia e difesa).

E’ innegabile che la crisi provenga dai debiti, ma solo da quelli effettuati per il consumo e nei confronti di chi palesemente non aveva poi le risorse per i rimborsi. E tutto questo ha riguardato quasi esclusivamente la parte più ricca del Pianeta.

Quindi   l’analisi di Salin resta parziale perché nella realtà è stato nella natura stessa del sistema capitalistico l’aver prospettato, attraverso una organizzazione estremamente pervasiva di suggestioni pubblicitarie e di filosofie di vita un modello di presunta felicità  possibile invece solo per una ridotta parte dell’umanità.

Mentre invece tale modello è stato recepito come accessibile da tutto il resto degli abitanti della Terra che, appunto, ormai accedono integralmente alle informazioni e alle conoscenze e che, desiderando di adottarlo, sono sempre più in grado di massicci spostamenti dalle aree disagiate a quelle più ricche.  E comunque che sono sempre più stimolati ai  confronti  e quindi a nutrire invidie e ad effettuare  imitazioni.

Nel rapporto annuale del World Institute “ State of the World 2010 “ si dice che « Un cittadino degli Stati Uniti consuma energia come due europei, sei cinesi, ventidue indiani, o settanta abitanti del Kenya» . Inoltre si dice che nei prossimi anni avranno accesso all’uso dell’energia altri  due miliardi e mezzo di persone.

Insomma, se tutti vivessero come gli abitanti degli Sati Uniti la Terra potrebbe sostenere solo 1,4 miliardi di individui, mentre proprio l’ultimo giorno di ottobre si è festeggiata la nascita del settemiliardesimo abitante del nostro Pianeta.

Naturalmente si è simbolicamente, ma significativamente, indicata come sede di  questo evento l’Asia, nelle Filippine oppure in India. Comunque non va trascurato che al tasso di incremento attuale nei prossimi decenni è previsti l’arrivo di altri 2 miliardi di abitanti.

Il G20 dovrà tuttavia soprattutto  occuparsi  dei problemi dell’Europa sotto l’attacco della speculazione proveniente dall’area  del dollaro la cui egemonia è insidiata dal progressivo affermarsi dell’Euro.

Per noi italiani la soluzione del problema –  artificialmente esasperato oltre il reale dall’incoscienza dell’opposizione politica interna e scientemente manovrato dalla occhiuta speculazione esterna –   è legato ad una costruzione europea finalmente adeguata ai mutamenti mondiali che abbiamo prima tratteggiato.

Certamente «l’Italia deve salvarsi soprattutto da sé», come ha detto Mario Draghi  nell’assumere la carica di presidente della Bce, ma questo non va interpretato, come dice Massino Mucchetti sul  Corriere della Sera del 1° novembre scorso, nel senso che per l’Italia « la stagione del padrinaggio europeo è finita», bensì come invece dice,  in contraddizione sulla stessa prima pagina del  giornale,  Ernesto Galli della Loggia in «modo sicuramente  problematico», ma attraverso quella indilazionabile «costruzione europea [che] si sta sempre più definendo».

In altre parole si spera fortemente che, malgrado il tentativo di mantenere una loro diarchia da parte della  Francia e della Germania, si vada  imponendo la necessità di affermare per l’UE il proprio ruolo di potenza mondiale che esprima e rafforzi ulteriormente insieme con le sue istituzioni di vertice unitario la sua moneta, essenziale per lo sviluppo non solo dell’Europa, ma di tutto il mondo progredito.

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