Ma per fare sviluppo non basta aumentare il numero di licenze

Nessun Commento »
Mario Monti

Mario Monti

Se una cosa era accettabile nella scelta di farci governare dai cosiddetti “tecnici” questa era senza dubbio costituita dal fatto che si trattasse di autentici “competenti”. Nel caso specifico che si trattasse di esperti accademici, ma ancor di più di persone che le teorie economiche, oltre che conoscerle  perché abilitati ad insegnarle,  fossero  anche capaci di applicarle ai fini da raggiungere. Ma ciò non sembra affatto sia accaduto.

Nella gestione della cosa pubblica, infatti, quella che conta non è soltanto la “tecnica”, ma piuttosto la “competenza”,  perché competenza vuol dire, oltre che  conoscenza di nozioni, anche conoscenza  degli uomini e delle loro organizzazioni, vuol dire esperienza sul campo dei comportamenti sociali dei singoli e dei gruppi, nei confronti dei quali applicare le c.d. “tecniche”.

E’ lapalissiano che la riduzione del debito pubblico, cioè il rimborso ad opera dello Stato delle somme ricevute per la sottoscrizione, da parte dei risparmiatori-investitori, dei titoli di Stato, deve avvenire attraverso l’imposizione tributaria e che questa entrata dello Stato aumenta soprattutto in proporzione all’aumento del prodotto nazionale.

Altre forme possono essere l’aumento delle aliquote  – ossia della pressione fiscale  – oppure un maggior rigore nei confronti della evasione o della elusione tributaria, ma si tratta di espedienti di breve durata,  sia perché ogni punto di aumento della pressione fiscale riduce di altrettanto la convenienza ad intraprendere e/o a lavorare, sia perché chi guadagna a seguito del non pagamento delle relative tasse spesso –dovendole pagare – non  ha più la convenienza a svolgere quel lavoro (certamente si tratta di ricchezza eticamente mal prodotta, ma questa è la realtà).

Ci si domanda allora se i provvedimenti finora assunti dal governo  Monti siano adeguati allo scopo di accelerare fisiologicamente il risanamento del bilancio dello Stato.  Dobbiamo dire  che la risposta è negativa e proprio in base a quella scienza economica che abbiamo imparato anche noi  da quei Maestri che sono stati pure i loro.

Per esempio le liberalizzazioni. Esse possono essere utili in quanto riducono le rendite a favore dei salari e dei profitti e quindi, sotto questo aspetto, aumentano la domanda aggregata di beni  (merci e servizi);  inoltre le liberalizzazioni stimolano la concorrenza e questa spesso fa aumentare l’efficienza e la produttività del sistema economico. Ma non sempre e, comunque, non da sole le liberalizzazione aumentano le quantità di beni e di servizi prodotti e acquistati.

Bisogna che esse siano accompagnate da altre misure volte ad aumentare sia gli investimenti produttivi che la voglia e la fiducia nell’intraprendere.

E poi devono essere vere liberalizzazioni produttivistiche.  Quando si propone di rendere più produttivo il sistema economico attraverso l’aumento del numero delle farmacie, oppure del numero dei taxi, oppure,  ancora, del numero dei notai al fine di contribuire alla ripresa della crescita dell’economia oggi in crisi si fa un’affermazione  non fondata, anzi di grande superficialità perché si confonde la facilità di fare i farmacisti, i taxisti e i notai con l’aumento della ricchezza prodotta.

Non è con l’aumento del numero delle persone che dividono la torta che essa aumenta di quantità e di valore. Significa soltanto che si riduce per ciascuno degli operatori la fetta costituita dalla quantità di farmaci venduti, di corse in auto a pagamento e di pubblici attestatori professionali, ma le dimensioni iniziali della torta (la quantità di ricchezza prodotta) restano invariate.

Insomma quella idea di aumentare i farmacisti, i tassisti e i notai può essere giustificata se si vogliono  togliere le c.d.  barriere all’entrata di nuovi soggetti facilitando l’ingresso in quelle attività ad altre  persone e stimolare la concorrenza per abbassare i prezzi, ma non si tratta di una misura volta a creare nuova ricchezza. Talvolta anzi la si può distruggere perché se la fetta individuale della torta diventa troppo piccola molti operatori non avranno più convenienza a fare quel lavoro ed usciranno dall’attività.

In particolare, poi, oggi i farmacisti sono incaricati dal sistema sanitario nazionale ad effettuare gratuitamente   una molteplicità di controlli e a curare determinate  cautele, nonché a svolgere prestazioni  specifiche a causa della loro competenza professionale, per cui bisogna stare attenti a non ridurre, oltre certi limiti, la redditività del loro lavoro. Diversamente, se si rompe l’attuale equilibrio prestazioni-convenienza, si potrebbe  essere costretti a trasferire poi  in  costose strutture pubbliche quei compiti delicati –  di interesse generale  per la salute dei cittadini  –  che le farmacie oggi assolvano senza oneri per lo Stato.

Le vere liberalizzazioni sono anzitutto quelle che combattono i vincoli burocratici  che mascherano come regolamentazioni a fini di interesse pubblico norme volte soltanto ad alimentare organismi poco utili – o del tutto inutili – e, anche, molto spesso  manifestazione di potere  del tutto artificiali.

Sia ben chiaro che le vere regolamentazioni delle attività a scopi di solo profitto privato sono necessarie ai fini di salvaguardare l’interesse generale, ma non possono essere causa di gravami ingiustificati per le attività produttive in quanto ne aumentano i costi senza creazione di utilità.

Secondo i calcoli recentemente effettuati da un centro studi,  il costo per gli adempimenti burocratici che riguardano le aziende con meno di 250 dipendenti, quelle che vengono indicate come piccole e medie imprese, supera i 23 miliardi di euro all’anno. Ovviamente non tutti questi costi sono ingiustificabili, ma è evidente che molto spesso certi adempimenti riguardanti il lavoro e la previdenza, oppure la sicurezza e la prevenzione oppure, ancora, determinati adempimenti fiscali debbono essere razionalizzati e ridotti.

Del pari le vere liberalizzazioni debbono comportare l’abolizione di molte cosiddette Agenzie ed Autorità  indipendenti create negli ultimi decenni i cui compiti potrebbero essere svolti efficacemente e con meno costi dai singoli ministeri competenti.

Proprio in sede di proposta governativa di questi giorni vi è quella di creare un’ulteriore Autorità riguardante i trasporti, Ente del tutto inutile e che probabilmente verrebbe ad assumere, oltre che costi aggiuntivi, compiti di complicazione  funzionale del sistema italiano che va da quello degli autonoleggi a quello dei TIR. La necessaria regolamentazione nell’interesse pubblico deve essere mantenuta o demandata alle competenti Autorità territoriali.

Se veramente si vogliono ridurre i costi e le inefficienze bisogna puntare molto di più sulla  modernizzazione dei servizi pubblici ed infrastrutturali, nazionali e locali, i quali  –  se funzionano –  costituiscono il vero valore aggiunto alle attività direttamente produttive, anzi ne favoriscono di nuove, e quindi fanno aumentare i redditi e i profitti e da qui  il prodotto nazionale  la cui dilatazione virtuosa determina le maggiori entrate per lo Stato.

Né va assolutamente dimenticato che  il vero volano nelle economie moderne per uscire dalle crisi è quello dei grandi, medi e piccoli cantieri per le opere pubbliche. Ossia, appunto, per fornire a mano a mano che progredisce la civiltà umana reti di servizi adeguati alle esigenze dei cittadini e delle imprese.

I redditi distribuiti per questi lavori volti a creare capitati sociali di lunga durata (e quindi con pesi relativi perché favoriti da lunghi ammortamenti graduati nel  tempo) producono un riavvio delle domanda aggregata  (consumi ed investimenti)  e da ciò la ripresa della crescita economica e dello sviluppo civile.

Questa è la strada da intraprendere. Non si può che auspicare, pertanto, che una nuova classe politica si affacci alla storia del nostro Paese e realizzi una politica economica veramente produttivistica rivolta, insieme col superamento della crisi, ad una programmazione partecipata e ad una rinnovata struttura politico-costituzionale adeguata al tempo europeo.

Share

Lascia un commento