Lo scandalo libor. I pericoli per il credito e il risparmio senza il controllo dello Stato

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Gli USA e l’Unione Europea cercano di combattere la crisi finanziaria salvando le banche private pur essendo esse colpevoli di manipolazioni e avventurismi. I casi Lemhan Brothers prima e ora Barclays insegnano. Nel complesso il governo degli Stati Uniti ha rifinanziato il proprio sistema bancario con ben 8.000 miliardi di dollari e l’Unione Europea ha impiegato per lo stesso motivo oltre 4.500 miliardi di euro.

Inutile pertanto discutere ancora, come si fa fin dal Settecento, se la crisi sia “del” o “nel” sistema capitalistico. La crisi è una sola e, se a monte riguarda il superamento delle filosofie liberiste e socialiste, a valle risulta sempre più stucchevole l’alternativa tra mercato e Stato. Tra mercato e Stato non vi può essere antitesi, ma solo regole per il rispetto dei ruoli di ciascuno le quali non possono altro che essere emesse dallo Stato in quanto interprete ed organizzazione giuridica della società. E il mercato è una – non la sola ! – delle espressioni della società. Sembra un’ovvietà, ma nelle attuali condizioni non lo è.

I punti cruciali della generale malattia sono molti. Per quanto riguarda il finanziamento dello sviluppo basti pensare, fra le molte  cose, che sono da  rivedere le regole restrittive di Maastricht e quelle di Basilea le quali hanno imposto vincoli patrimoniali eccessivi che riducono il finanziamento delle imprese e quindi la ripresa economica.

Per quanto invece riguarda la gestione delle regole, proprio il fatto che esse provengano da enti sostanzialmente privatistici impone la necessità di riconsiderarle perché siano ricondotte alla diretta responsabilità degli Stati e al controllo dei Parlamenti.

Fra le tante gestioni da rivedere due categorie sono venute particolarmente alla ribalta: quelle equivoche delle società di rating e della certificazione dei bilanci e quelle che hanno posto in evidenza lo scandalo libor. Sulle prime ci siamo già espressi su queste colonne poche settimane fa. Ora riteniamo opportuno fare alcune riflessioni sul libor, ossia sul tasso interbancario che costituisce la base per l’applicazione degli interessi sui mutui che le singole banche erogano.

Il libor (London interbank offered rate) fu introdotto negli anni Ottanta ed è il risultato di una media dei tassi praticati da un gruppo di banche che operano nell’ambito di una moneta. Per la sterlina le banche sono 16, per il dollaro sono 18, per l’euro sono 15. La fonte che comunica il libor è l’agenzia Thomson Reuters che naturalmente ha sede a Londra dove esiste il 20% delle transazioni effettuate dalle banche di tutto il mondo.

La gravità della manipolazione di questo tasso di riferimento sta nel fatto che esso è stato opera di una delle più grandi banche del mondo, e la più importante banca privata del Regno Unito, la Barclays Bank, coinvolgendo altre banche, da Hsbc a Jp.Morgan.

La manipolazione è consistita nell’aver dichiarato una realtà diversa, superiore alla capacità di autofinanziarsi e ciò con l’obiettivo di rassicurare i mercati, ma con il rischio di creare le premesse di un successivo fallimento in quanto priva della copertura derivante da una effettività patrimoniale e di adeguata capacità di transazione.

Già la Barclays per questo fatto è stata multata di 290 milioni di sterline relativamente al periodo 2005-2009 ed ora hanno dato le dimissioni il suo presidente Marcus Agius e il suo ceo (chief executive officer), Bob Diamond, ossia il suo amministratore delegato e storica guida di BarCap, la banca d’investimento del colosso britannico.

Nel complesso, secondo la Commodity Futures Trading Commission sarebbero legati al Libor più di 800mila miliardi di dollari in titoli e prestiti. Oltre a Barclays sarebbero coinvolti altri istituti fra i 18 che partecipano al panel per la determinazione degli indici Libor, su cui sono agganciati contratti derivati e  prestiti alle famiglie.

Come abbiamo visto, uno dopo l’altro gli istituti della speculazione finanziaria stanno entrando in crisi. È come un mostro impazzito che mangia se stesso. Da parte di tutti si sente la necessità di dare la precedenza all’economia reale, che tenga presente il bene di tutti, rispetto a quella finanziaria, ma ancora non si sono individuate le strade capaci di un simile risanamento.

Non si può, pertanto, che auspicare una generale presa di coscienza ai fini dell’introduzione di nuovi istituti che abbiano per base la preminenza dell’interesse generale sugli egoismi che organizzano una lotta senza regole per la prevaricazione degli interessi particolari. Appare necessario dunque riconsiderare una linea di pensiero che già agli inizi del secolo scorso aveva individuato degli istituti basati sull’equilibrio tra i diritti e i doveri e sulla efficienza dello Stato basato sulla partecipazione e sulla responsabilità, nonché sulla selezione della rappresentanza legislativa derivante dalle competenze e dalle esperienze professionali.

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