L’Italia deve avere più peso in Europa

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italia europaMentre sta entrando  in funzione il governo Monti e si precisano in Europa le condizioni per affrontare la crisi prodotta dall’attacco contro l’euro da parte dell’area del dollaro  –  naturalmente con il contorno di  quanti anche in Europa salgono sul treno giornaliero della speculazione  quotidiana –   si verifica in Italia un soprassalto di orgoglio nazionale che speriamo sia foriero di positivi sviluppi.

Si scopre così una realtà patriottica che non è ancora adeguatamente sottolineata dalla Stampa e cioè che il nostro Paese  ha sempre più la consapevolezza di avere capacità produttiva e riserve di ricchezza, pubblica e  privata,  in grado  non solo di rimborsare, o rifinanziare, il debito pubblico, ma anche di riprendere la crescita economica  e il suo ruolo di comprimario nell’Unione Europea.

Si rende perciò necessario, da parte di coloro che  si stanno preparando ad avere un ruolo dirigente  nella nuova fase politica italiana che si andrà ad aprire non appena l’attuale governo avrà esaurito il suo compito, di conoscere tempestivamente i dati dell’effettivo peso del nostro Paese all’interno dell’UE e del peso che ha l’Europa nei confronti, per esempio, degli Stati Uniti.

Per quest’ultimo aspetto ritengo di richiamare l’attenzione sul fatto che l’area dell’euro ha un debito pubblico, in rapporto al PIL, inferiore a quello degli USA. Infatti il complesso del debito pubblico europeo è pari all’88% del PIL dell’UE, mentre il debito pubblico degli USA è del 101%. Quindi i problemi del rifinanziamento alla scadenza delle singole rate dei titoli di Stato presenta per gli USA una rischiosità maggiore rispetto a quella europea.

Inoltre la situazione del fabbisogno finanziario statale nel triennio 2011-2013 presenta un quadro che vede gli USA tra coloro che richiedono disponibilità creditizie e di liquidi superiori a tutto il resto del mondo. Tale situazione di rischio è aggravata dal fatto che, mentre il debito pubblico dei Paesi europei è per la massima parte  in mano ai propri cittadini,  la maggior parte del debito USA è invece in mano diversa dai cittadini americani. In altre parole è in balia di possibili spostamenti totalmente fuori dal controllo del sistema bancario e creditizio statunitense.

Per quanto riguarda invece la consapevolezza del peso che l’Italia deve avere all’interno dell’UE, vale la pena di riprendere una frase di sintesi di quanto ha scritto Guido Gentili  nel fondo de  Il Sole 24 Ore di martedì 26 novembre: «quanto più dimostreremo di essere capaci di una reazione positiva all’interno, tanto più avremo contribuito alla salvezza dell’Euro».

La nuova dirigenza italiana dovrà essere sempre più edotta della debolezza politica che affligge i due partners con i quali l’Italia si confronta e si confronterà sempre più al vertice dell’Unione Europea: la Francia e la Germania.

In particolare oggi va preso atto che in Germania la cancelliera Angela Merkel non può fare un passo senza il disco verde del Bundestag, come pure è vero che essa è prigioniera della rigidità del Presidente della Bundesbank  il quale, in base al miope concetto del rigido mantenimento della stabilità monetaria anche in tempi di crisi,  gioca non solo l’avvenire dei popoli del continente, ma pure quello della stessa Germania.

Pertanto sarà necessario premere in maniera energica, coinvolgendo anche altri partners europei, perché essa modifichi radicalmente i propri comportamenti. Gli argomenti al riguardo esistono.

Se un malinteso senso antiespansivo nella disponibilità  monetaria europea  – per non far salire l’inflazione  –   blocca l’economia (e quindi anche la capacità di acquisto) di Paesi come l’Italia, la Spagna, la Grecia  e in prospettiva anche della Francia, a chi l’industria tedesca venderà la propria produzione?  La quantità di merci tedesche esportate fuori dal nostro continente non è sufficiente all’esistenza stessa dell’industria manifatturiera della Germania.

Dunque è sempre più necessario che il nuovo Presidente della Bce, Mario Draghi, prosegua nel coraggio che ha già manifestato quando, appena assunta la carica, ha ridotto il tasso di interesse sui capitali prestati dalla banca. E’ stato un segnale significativo. Ora egli deve imporsi nei confronti dei “falchi” che ha nel Consiglio della stessa Bce.

La Germania possiede solo il 18,94 % del capitale della Banca Centrale Europea e non può esigere di dettar legge assoluta. Vi sono anche altri che possono e devono avere voce in capitolo. L’Italia partecipa al capitale con il 12,50%, la Francia con il 14,22% e  la Spagna con  l’8,30%  e  così via con quote a scendere per gli altri 22 Paesi.

Scrive il prof. Donato Masciandaro  su  Il Sole 24 Ore  del 27 novembre: «L’ostacolo dei falchi nel Consiglio (della Bce) può essere contrastato con una riforma da parte di Draghi delle regole interne di accountability aumentando la trasparenza delle decisioni».

In altre parole appellandosi alla pubblica opinione e a tutti gli ambienti politici europei, perché proprio da un aumento della liquidità deriva quel controllo di una moderata inflazione che può essere in linea fisiologica con la vera stabilità che appunto prevede, al bisogno,  la necessità di finanziare l’acquisto di titoli pubblici in scadenza presso tutti gli Stati europei.

Ed infatti Masciandaro dice che «questo è il mestiere che  sempre hanno fatto le banche centrali nello svolgere le funzioni di prestatori di ultima istanza: assumersi la responsabilità di stabilizzare i mercati quando emerge un rischio di illiquidità».  Ed aggiunge: «A oggi, a meno che l’Unione Europea non lo dica esplicitamente, nessun Paese membro  – Grecia inclusa  – può essere considerato insolvente».

Oltre alla Bce che deve diventare a tutti gli effetti “prestatore di ultima istanza” non va dimenticato che esiste un altro meccanismo adatto a svolgere compiti di finanziamenti nei momenti di emergenza. Si tratta quindi di attivare in tutte le sue possibilità il Fondo europeo di stabilità (Efsf) appunto come veicolo per i finanziamenti del debito pubblico, sia facendo leva sulle proprie disponibilità  sia autorizzandolo, se non avesse sufficiente dotazione, a rifinanziarsi presso la Bce.

Anche a questo riguardo non vanno dimenticati dati essenziali circa il peso che l’Italia, da sola o insieme con  altri Paesi,  può far valere in sede di decisioni comunitarie.

La partecipazione della Germania a questo fondo, in percentuale, è del 27,06, quella della Francia è del 20,32 e quella dell’Italia è del 17,86. Quindi il nostro Paese può agire sempre come coprotagonista  decisivo nell’impiego dei mezzi che si rendono necessari.

Ed infatti  l’articolo del prof. Masciandaro si conclude con una sfida: se persistono i “falchi”(tedeschi) contro l’opera di stabilizzazione effettiva, bisogna rendere espliciti i comportamenti degli oppositori interni al Consiglio, ossia attuare una politica di comunicazione al pubblico europeo «fino  ad arrivare alla pubblicazione dei verbali» del Consiglio, ossia mobilitare la protesta e smascherare gli oppositori  costringendoli a dimettersi.

La situazione politica nell’anno che si va ad aprire tra poche settimane si presenterà molto diversa da quella che abbiamo vissuto fino ad oggi. Le problematiche incombenti, pure avendo radici nazionali, dovranno avere inevitabilmente soluzioni europee. Quanto prima ci si convincerà di questo cambiamento e ci si  attrezzerà adeguatamente, tanto prima l’Europa, e l’Italia con essa, riprenderanno il cammino dello sviluppo. Ma lo potranno fare soltanto se sarà fermata l’offensiva contro una moneta che oggi non ha ancora una unica gestione continentale.

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