L’Euro si salverà purché l’Europa parli ad una sola voce

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Euro

Paralizzata le leva monetaria, usata in maniera solo recessiva la leva fiscale , ossessionata dal pareggio dei bilanci pubblici, priva dell’estensione degli strumenti produttivistici della partecipazione del lavoro nelle imprese, l’Europa rischia il tracollo proprio nel momento nel quale si fa più aspra la competizione mondiale ed essa ha invece tutte la possibilità di esserne una forte protagonista. Questa è la situazione che si presenta all’inizio del nuovo anno.

Abbiamo spesso richiamato l’esigenza di realizzare presto un’unica politica economica dell’Unione Europea. Abbiamo pure constatato che questa necessità si è resa ancor più improcrastinabile a seguito dell’attacco nei confronti dell’euro in quanto  sempre più destinato ad essere una delle più autorevoli monete per gli scambi mondiali di merci e scorta di  valore per le riserve degli Stati e delle banche mondiali.

Sempre a seguito delle analisi effettuate abbiamo inoltre   rilevato come la speculazione contro l’economia dell’euro provenga dall’area del dollaro, moneta che teme una ulteriore riduzione del suo ruolo di moneta dominante nel mondo a causa dell’affermarsi di altre economie protagoniste ,  come la  cinese, la giapponese, l’indiana, la brasiliana e la russa oltre, naturalmente, quella europea.

Ora constatiamo in maniera sempre più esplicita   che tali economie  tendono  ad essere sempre più libere nella scelta delle monete  con le quali misurare le utilità da esse  prodotte, invece di vedersi imporre tali misurazioni dalla moneta  di una sola economia,  quella emessa dagli Stati Uniti d’America.

E’,infatti,  dell’altro giorno la notizia che, d’ora in avanti,  gli scambi tra la Cina e il Giappone non verranno più effettuali in dollari, ma in yuan e in  yen. Si avvicina il giorno  nel quale anche i contratti petroliferi verranno denominati in altre monete non in dollari.  E’ probabile che le riserve in dollari presso il Tesoro cinese non saranno  più , come ora per la massima parte, in dollari (ora assommano  3.400 miliardi).  Già la riserva cinese in euro è il 20 %, e presto tate quota sarà aumentata.

Per ciò il compito immediato di coloro che sono responsabili del destino dell’Europa è dunque quello di dare all’unione monetaria quello che ad essa manca : l’unicità della politica economica senza la quale l’ euro non sarà in grado di superare l’attuale crisi che potrà invece in  seguito essere guardata come una fase  di crescita se il percorso iniziato giusto dieci anni fa sarà completato al più presto.

Si tratta quindi di svolgere tale politica con energia e con chiarezza di idee. L’Italia, posta sotto accusa dalla miope politica di  Sarkozy e della Merkel, dovrà fare la sua parte rifiutando la posizione di pericolosa debitrice pubblica e di economia sostenuta solo da evasori fiscali.

Va quindi posto l’obiettivo immediato di completare in sede europea la quattro branche nelle quali si caratterizza una vera politica economica globale.  Oltre la politica monetaria, quelle fiscale, del bilancio, del lavoro e dell’impresa.

Queste ripartizioni andranno poi completate con una organica politica di settori   ancora lasciati al governo degli Stati nazionali, ma che dovranno subito dopo essere coordinati fra di loro da istituti ministeriali europei: la politica del commercio estero, quella delle reti infrastrutturali ( in particolare, comunicazioni e trasporti ) e quella dell’energia.

Naturalmente, insieme con queste  tappe  devono aver luogo analoghi impegni politici,  ora espressi dai governi attraverso il Consiglio, e che dovranno invece essere  devoluti al parlamento europeo in maniera che esso possa legiferare ed essere veramente sovrano cioè  in grado di indicare una politica  globale capace di far svolgere all’U.E. il ruolo che le compete. nel rapporto con le altre potenze continentali del mondo.

Se l’Europa svolgerà il suo ruolo nel mondo, molti suoi problemi che oggi sembrano angoscianti troveranno invece immediata soluzione.

La rinuncia alla politica monetaria fatta dagli Stati nazionali dieci anni orsono, senza una contemporanea introduzione di una comune politica fiscale, di bilancio  e dell’impresa  – cioè senza far riferimento alla economia reale che sta dietro il funzionamenti di una moneta – ha reso ineguale e instabile la posizione  delle economie  degli Stati componenti l’unione.

La mancanza dello strumento di politica monetaria a livello dei singoli Stati è di per se infatti una fonte negativa nella  capacita di produrre e distribuire redditi certi , quella che viene detta la “volatilità dei PIL” delle differenti economie.

Prima dell’introduzione dell’euro ciascun Paese aveva due strumenti a disposizione – quello monetario  e quello fiscale  – per fronteggiare  i momenti di euforia  nella spesa globale oppure quelli depressivi di riduzione dei consumi e degli investimenti. Il primo consisteva  nell’aumento del costo del denaro dato a prestito e quindi nella riduzione della moneta in circolazione. Il secondo nella tassazione differenziata, aumentata o ridotta.  a seconda dei settori in eccesso di espansione o in difficoltà produttiva e di mercato.

Poi invece, dopo l’introduzione della moneta unica, sono stati aboliti tali strumenti e le politiche fiscali nazionali si sono ridotte ad essere il contrappeso delle spesa pubblica e la fonte del finanziamento del debito pubblico con effetti solo depressivi delle attività economiche. Le due leve ,  fiscale e monetarie, non sono più regolatrici dell’andamento economico.

Di conseguenza il sistema italiano ( come pure anche gli altri dell’eurozona) si trova in una situazione insostenibile:   o si reintroduce la moneta nazionale – cosa che sarebbe disastrosa per tutti  data la diversa condizione  creatasi nel rapporto tra le potenze economiche continentali  del mondo – oppure si introduce una unica politica fiscale  europea che, insieme con una unica  leva monetaria, realizzi a livello europeo un criterio uniforme nell’imporre  gravami fiscali e nel determinare i   livelli della spesa pubblica.

Si tratta di  attuare un meccanismo anticiclico, ossia di intervento contrastante  la fase recessiva che si attui laddove esso si renda necessario.

Ma ciò implica una politica unitaria con precise responsabilità e  con un autentico senso etico europeo. La qual cosa deve essere dall’Italia richiesto con energia agli attuali  pigmei politici che arrogano il ruolo di “direttorio” dell’ Unione.

Se si continua nell’attuale indirizzo –  come peraltro di nuovo affermato nel vertice del 9 dicembre che prevede con ulteriori disposizioni l’ obbligo annuale di ridurre il debito in eccesso di un ventesimo della distanza che separa dalla soglia ammessa ( il 60 %  del PIL) – si imporrebbe  (lo si vorrebbe addirittura messo nella Costituzione  !) addirittura un meccanismo …prociclico, perché in periodi recessivi tale aggiustamento indurrebbero i vari Paesi ad acuire le crisi senza prevedere strumenti e interventi compensativi volti ad invertire la tendenza negativa.

Insomma bisogna ritornare alla politica economica autentica, quella che usa tutte le leve disponibili e non quella che tali leve ignora o trascura. La vera politica fiscale è quella che contrasta la recessione e non quella che la favorisce. Lo abbiamo insegnato nella aule universitarie  dopo averlo imparato dai grandi maestri. Oggi chi ha questo compito al governo non può dimenticarlo. Sarebbe il colmo!

 

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