L’attualità dell’insegnamento di Giuseppe Di Nardi economista dello sviluppo italiano nel Novecento

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Giuseppe Di Nardi

La crisi in corso ormai da tempo ha perduto l’iniziale aspetto di essere una  delle crisi cicliche che nel corso dei decenni passati avevano caratterizzato il capitalismo. Essa ha ormai chiaramente assunto la caratteristica di crisi di sistema in quanto si è dilatata all’intero modello di sviluppo introdotto dopo il  Secondo conflitto mondiale.

Tutto ciò significa che si tratta di  molto di più di una crisi economica, inizialmente vista come di breve periodo,  iniziata con una degenerazione  della speculazione finanziaria riguardante l’insolvenza  di singoli cittadini:  i famosi titoli subprime non onorati alla scadenza dai debitori privati che si pensava avrebbero avuto negative conseguenze limitatamente alle banche che li tenevano in portafoglio ( si veda,  per esempio,  il fallimento della  banca Lehman  Brothers negli Stati Uniti).

E nemmeno che si tratta di una crisi di medio periodo perché riguardante solo il debito pubblico di alcuni Stati che non sono più in grado di onorare, o rinnovare alla scadenza, i titoli  emessi a copertura  (si veda,  per esempio, il caso della Grecia peraltro ancora non  risolto).

Ora i connotati della crisi si sono dilatati ed hanno investito  il continente europeo perché l’attacco riguarda ormai l’intera area dell’Euro, ossia della moneta  che,  in concorrenza col dollaro,  tende ad essere riferimento di valore negli scambi mondiali di materie prime  (per esempio petrolio e  gas), nonché valuta di riserva  per molti Stati  (come la Cina  per la quale l’Euro già è il 20%  delle sue intere riserve sovrane).

Pertanto la crisi ora si proietta nel lungo periodo  (un decennio, probabilmente) e sta diventando strutturale, nel senso che non coinvolge  solo gli istituti economici e finanziari dei mercati aperti e senza controllo e dei movimenti internazionali dei capitali non regolati, ma riguarda le trasformazioni  avvenute nei modelli di vita  collettiva ed individuale del modo intero.

In quest’ambito l’evoluzione riguarda sia le nazioni dell’Occidente benestante che quelle già in fase di avanzata crescita, nonché quelle che si stanno avviando  ad uscire dalla povertà endemica.

Le varie scuole economiche attualmente esistenti stentano ad  effettuare analisi globali delle problematiche incombenti e, a causa delle parzializzazioni delle singole specializzazioni sulla base della premessa liberistica, sono incapaci di   suggerire adeguate politiche economiche di largo respiro per uscire  dalla crisi che, come abbiamo detto, produce col passare del tempo sempre più vasti e profondi danni.

Insomma, anche  dal punto di vista metodologico,  mancano di un visione d’insieme, qualità che era invece delle precedenti generazioni di studiosi della materia. Tutto questo è venuto alla luce  in un Convegno che si è tenuto lunedì scorso 7 novembre dal  titolo “ Liberalismo e intervento pubblico. Giuseppe Di Nardi nella storia italiana del Novecento”.

Il Convegno – organizzato, nel centenario della nascita dell’insigne economista, dalla Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice (che custodisce l’archivio e la biblioteca di Di Nardi), nonché dalla Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila – si  è svolto presso la sede dell’ABI a Roma con la partecipazione di molti autorevoli economisti, storici dell’economia e di un attento pubblico di studiosi. Fra i molti erano presenti  Michele Bagella, Piero Barucci, Domenico Da Empoli,  Francesco Dandolo,  Giovanni Farese, Antonio Magliulo, Antonio Marzano, Luigi Paganetto, Gaetano Sabatini, Marco Zaganella. Certamente erano presenti altri illustri studiosi per i quali ci scusiamo per la non menzione.

Il Convegno è stato presieduto dal prof. Giuseppe Parlato noto storico del mondo contemporaneo.

La premessa allo svolgimento del Convegno è stata la costatazione che negli ultimi decenni le espressioni liberalismo ed intervento pubblico sono state considerate come antitetiche, mentre invece nella realtà entrambi gli indirizzi, se rettamente intesi, hanno contribuito ad alimentare un filone del pensiero economico italiano molto più realistico e fecondo che ha orientato il Paese in senso progrediente e di concreto sviluppo.

E proprio Giuseppe Di Nardi è stato uno degli interpreti nel corso del Novecento di questo orientamento di sintesi dinamica, insieme con  altri valorosi economisti sui quali ingiustamente si è tentato di calare un velo di silenzio, mentre dal punto di vista scientifico e del progresso della società nazionale inserita nel quadro europeo devono essere adeguatamente rivisitati.

Nel corso del Convegno infatti si sono fatti i nomi di altri famosi economisti –  non solo di Giovanni De Maria e di Giuseppe Ugo Papi, maestri di Di Nardi – ma anche di tanti altri come Filippo Carli, Alberto de Stefani, Gustavo Del Vecchio, Marco Fanno, Manlio Resta, Francesco Vito.

Di Nardi ha partecipato nella seconda metà degli anni Trenta al dibattito sulla programmazione economica e la costruzione dello Stato corporativo, per poi divenire, nel dopoguerra, un protagonista della politica di intervento straordinario nel Mezzogiorno ed uno dei padri della Comunità economica europea.

Di particolare interesse sono state le relazioni che hanno evidenziato come vi siano state feconde frequentazioni fra Giuseppe Di Nardi e Ugo Spirito fin dagli anni Trenta, non solo in sede di teorizzazioni del corporativismo, ma in particolare sui contenuti di una economia programmatica che non avesse le caratteristiche coercitive della pianificazione sovietica né della mera indicazione delle tendenze rilevate dagli automatismi del mercato.

L‘attuale crisi economica generale e le problematiche che riguardano la ripresa dello sviluppo dell’economia italiana impongono sempre più che si riprenda il filone autentico di quella scuola italiana che aveva elaborato in maniera organica, adeguandola alle necessità dei tempi, una politica economica nella quale il mercato dei beni e dei capitali sia socialmente regolato, pur rimanendo  sede del libero confronto delle utilità individuali e collettive . E nello stesso tempo che l’intervento dello Stato venga considerato essenziale per la dotazione e la efficienza di infrastrutture secondo l’impulso dei pubblici poteri democraticamente espressi.

Nel dibattito che ha concluso il Convegno su Di Nardi sono stati infine espressi auspici che, da una impostazione meramente descrittiva di fatti e di teorie, si passi ad una fase progettuale nella quale, in un sistema combinato pubblico/privato, vengano attuate energiche misure per una ripresa del nostro Paese che sia adeguata alle sue potenzialità.

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