L’assistenzialismo senza investimenti non crea lavoro

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Gaetano Rasi

Un Paese moderno può avere oggi, se vuole, una vera  politica economica volta a superare le difficoltà della crisi in corso se utilizza, a seconda delle necessità, molti tasti già sperimentati da oltre un secolo (dalla politica di bilancio a quella fiscale, dalla politica monetaria e creditizia alla politica attiva del lavoro produttivo, ecc.). Tuttavia,  purtroppo, oggi dobbiamo osservare che di questi tasti in Italia se ne usano pochi e male e tutti in senso depressivo invece che in funzione espansiva dell’economia reale.

Naturalmente non si può più parlare come si faceva una volta di una politica economica riferita al solo sistema italiano, sia perché siamo inseriti nel più vasto sistema europeo, sia perché dobbiamo fare i conti con i mercati aperti extraeuropei e, in particolare, con quelli dei Paesi di recente dinamica espansiva. Ma tutto questo, non può impedire all’Italia di avere una sua politica economica capace di superare le difficoltà attuali. Invece tale politica, proprio ad opera del governo Monti, oggi si caratterizza  per due aspetti negativi: un aumento abnorme della pressione fiscale che tende ad essere paralizzante (essa è oltre il 45%, del PIL) ed una politica di liberalizzazioni, artificialmente fatta passare per una manovra di crescita economica e che riguarda invece solo l’aumento delle licenze, ma non del loro rendimento produttivo.

In questi giorni ha luogo un confronto tra il governo e le organizzazioni sindacali che riguarda il fattore lavoro. Il punto centrale delle discussioni  è fermo su una linea di sbloccamento delle norme di tutela del lavoro senza, a fronte, predisporre occasioni  produttive e quindi programmi di nuova occupazione capace di  creare veri redditi addizionali.

Anche nei confronti degli altri tre fattori produttivi, il capitale, l’organizzazione e l’innovazione, non si introducono misure volte a favorire gli investimenti privati e pubblici, né si raccorda adeguatamente i tre fattori a strutture di partecipazione produttivistica dei lavoratori dipendenti.

Riteniamo comunque, in questo momento, di soffermarci in particolare sulla politica del lavoro perché sono in corso quelle che vengono chiamate ipocritamente “concertazioni” tra governo e sindacati, mentre si tratta solo di espedienti per mantenere inalterata la struttura del rapporto di produzione nell’ambito di una concezione mercatistica del fattore lavoro.

Nel considerare aberrante la pratica oltre che la dizione di “mercato del lavoro” dobbiamo osservare che non vi è alcuna contraddizione, anzi vi è perfetta identità, tra il rendimento dell’uomo in sede economica e la dignità che deve essere riconosciuta al lavoratore in quanto la sua opera è espressione della volontà, dell’intelligenza e dell’apporto di ciascuno alla costruzione sociale. Insomma bisogna modificare la concezione del lavoro come merce, oggetto di mercato nel quale l’ha posto una concezione sprezzante della personalità umana, per assegnargli non solo il ruolo di fattore produttivo, al pari del capitale, ma anzi assegnargli un ruolo protagonista. Non va dimenticato il fatto che, se il lavoro senza il capitale è disoccupato, il capitale senza lavoro è inerte ed improduttivo.

Il primo marzo scorso si sarebbe dovuto tenere il quinto incontro governo-sindacati, ma esso è stato rinviato alla settimana prossima per individuare le risorse necessarie a sostenere i nuovi sussidi.

Insomma, invece di programmare una serie di investimenti sia  per il settore pubblico che per quello privato, cioè di impiegare risorse per la produzione di beni (merci e servizi) e da ciò derivare occupazione e redditi, si pensa di predisporre somme  sempre più ingenti per quelle sei forme di sussidi oggi in uso quali la cassa integrazione ordinaria, quella straordinaria, l’indennità di mobilità, l’indennità o il sussidio di disoccupazione, i prepensionamenti.

Sia ben chiaro che tali forme assistenziali sono necessarie in tempi di crisi, ma deve trattarsi di forme di emergenza e quindi momentanee, e che – anche nell’attuale dinamica di contrasto alla crisi – dovrebbe essere introdotto un sistema che preveda insieme un programma di investimenti produttivi pubblici e privati capace di creare fisiologicamente e senza sprechi veri redditi perché fondati sull’aumento delle utilità individuali e sociali.

Insomma si tratta di introdurre una politica che punti a più dignitose  forme di attività basate sulla produzione e sempre meno a forme assistenziali.

Invece sia il governo che i vertici sindacali non affrontano il problema degli aiuti – che, ripeto, sono oggi necessari ma che debbono essere abbinati ad una serie di progetti volti alla ripresa e allo sviluppo. Insomma una vera  “politica del lavoro” da parte di un governo italiano, risolutiva della problematica incombente, deve  essere tutt’altra cosa del nome bugiardo dato al complesso dei provvedimenti governativi di “Crescita Italia”.

Dobbiamo infatti sconsolatamente costatare che si è fermi ad una concezione statica e deprimente, la quale in realtà nasconde l’incapacità di affrontare il nodo sostanziale e cioè la modifica del rapporto di produzione passando dalla dipendenza salariale alla collaborazione partecipante. Oggi, solo questa forma di attività produttiva può competere nella moderna economia mondiale dei mercati aperti.

I dati dell’utilizzo non produttivo delle finanze pubbliche sono allarmanti. Nel periodo che va dal 2006 al 2008 sono stati assistiti 1.400.000 lavoratori, mentre nel triennio successivo ( 2009-2011) ne sono stati assistiti 1.800.000, ossia 400.000 lavoratori in più.

Ciò ha significato che, mentre nel periodo tra il 2002 e il 2007 lo Stato ha dovuto integrare le prestazioni Inps, comprensive dei contributi figurativi con un trasferimento annuo di 1.5-1.7 miliardi, nel periodo successivo i saldi integrati dallo Stato sono stati di 3.3 miliardi nel 2008, di 11.4 miliardi nel 2009 e di 12.4 miliardi nel 2010. Non sono ancora noti i dati del 2011 ma evidentemente le integrazioni statali sono ancor più aumentate.

Comunque, tutti gli studi al riguardo, come d’altra parte può essere facilmente immaginabile,  prevedono che nei prossimi anni questo sistema di ammortizzatori sociali sarà ancora più oneroso e che ad essi lo Stato non potrà non sopperire o con ulteriori nuove tasse (per es. imposta patrimoniale) oppure distraendo somme enormi dai risparmi previdenziali ipotecando ulteriormente il futuro dei lavoratori.

Ci si domanda, dunque, riassumendo quanto detto in precedenza: perché invece di impiegare somme così consistenti in sussidi assistenziali, destinati esclusivamente ai consumi di mero sostentamento, non si impiegano tali somme per retribuire un maggior numero di lavoratori impiegati in attività produttive capaci di nuova  ricchezza e di redditi veri ?

Non c’è dubbio che una politica del genere non può essere che graduale, ma bisogna pur predisporre fin da ora le adeguate misure perché alle corresponsioni assistenziali vengano affiancate misure volte ad una fisiologica espansione dei redditi da lavoro produttivo.

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