L’assenza della politica economica

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pilA cinque mesi dalla nascita del Governo Monti, appare chiara la sua caratteristica: quella di essere completamente sprovvisto del contenuto principale  della politica economica: le misure per lo sviluppo del Paese. Nel caso specifico attuale della sua crescita dopo cinque anni di crisi.

Il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, nell’audizione avventa l’altro giorno alla Camera sul Def, il Documento economico e finanziario, ha detto esplicitamente che «l’urgenza del riequilibrio dei conti si è tradotta inevitabilmente nel ricorso al prelievo fiscale, forzando una pressione già fuori linea nel confronto europeo e generando le condizioni per ulteriori effetti recessivi».

Si tratta di una chiara denuncia  dell’assenza della parte costruttiva di una manovra che per essere completa deve prevedere, uniti in unica manovra,  il prelevamento fiscale e la riduzione della spesa pubblica insieme con gli investimenti pubblici e privati per l’aumento della produzione e dei redditi.

Insomma non vi è alcun collegamento strutturale tra la politica del rigore e quella della crescita.

Se la prima, ossia la politica del rigore, non può non consistere in una razionalizzazione (in diminuzione) della spesa pubblica e una accentuazione (equilibrata) dell’imposizione fiscale, la seconda, ossia la politica della crescita, deve prevedere contemporaneamente e con la stessa determinazione un energico programma  di misure volte  allo sviluppo.

Qualsiasi politica che non preveda quest’ultimo aspetto è destinata inevitabilmente a far fallire il riequilibrio dei conti ed aggravare, senza rimedio, la spirale recessiva.

I dati parlano chiaro. Tra il 2007 e il 2012, ossia in cinque anni, la produzione nazionale è scesa del 6%; il reddito disponibile delle famiglie, in termini reali, è diminuito del 9%; i posti di lavoro perduti sono oltre 400 mila.

La preoccupazione primaria quindi per qualsiasi governo, che voglia restare protagonista dentro l’Unione Europea, non può essere che quello della ripresa della produzione, dell’annullamento della perdita del valore d’acquisto dei redditi, del recupero dei posti di lavoro perduti. Bisogna creare prospettive per nuova occupazione sia del fattore capitale che del fattore lavoro da cui derivare capacità di produzione e di redditi.

L’insistere nella inversione delle priorità, ossia prima il rigore e poi la crescita, non ha alcun senso e non può essere altro che esiziale per il sistema economico e sociale dell’Italia.

L’essere l’attuale politica del Governo Monti, prima di tutto impegnata a “mettere in sicurezza” il pareggio del bilancio pubblico, senza predisporre come farlo e cioè senza procurare le risorse, ma facendo affidamento soltanto sulla tassazione e sulla riduzione della spesa pubblica è contro ogni logica concreta.

Ed infatti anche se il Governo riuscisse, attraverso la tassazione, a cogliere l’obiettivo nel 2013, cioè l’anno prossimo, del pareggio del bilancio pubblico grazie alle nuove entrate fiscali, nel frattempo l’effetto recessivo indotto da esse sul prodotto interno nazionale, avrà consumato quasi interamente la correzione netta calcolata in 75 miliardi che vengono ritenuti necessari per ottenere il riequilibrio.

E’ del tutto illusorio pensare che, per arginare la perdita di fiducia degli investitori, sia sufficiente ricorrere alle risorse provenienti dalla lotta all’evasione fiscale e ad una riduzione delle spese correnti della Pubblica Amministrazione.

Per ottenere dei risultati consistenti da ambedue queste manovre è inevitabile attendere tempi medio lunghi, mentre è nei prossimi 3/5  anni che si decidono – attraverso l’annullamento delle perdite e la ripresa della produzione, dei redditi e dell’occupazione – quei risultati che costituiscono la base sulla quale il prelievo fiscale e la riduzione delle spese pubbliche sono un elemento fisiologico di sviluppo e non un fattore patologico di recessione.

A questo punto ci si domanda come sia possibile che possano essere considerati veri e sufficienti quei 100 miliardi d’intervento nell’economia dei quali ha parlato qualche giorno fa il Ministro dello Sviluppo ( ma quale “sviluppo” ? ), Corrado Passera.

Anzitutto la cifra è modesta, ma poi soprattutto non può avere alcuna forza per la ripresa della crescita del Pil in quanto non finalizzata, né programmata in un disegno definito.

Infatti nel dettaglio si tratta di un importo di cui fanno parte: 30 miliardi dell’accordo con le banche per il credito all’imprese; di 20 miliardi del fondo di garanzia dello Stato, che è rifinanziato per 400 milioni all’anno; di 42,4 miliardi per opere pubbliche di cui però 22,5 già stanziati dal Cipe e 20 miliardi destinati a sbloccare opere pubbliche e a finanziare il Piano casa, già deciso dal Governo Berlusconi.

A completamento della somma di 100 miliardi, così incautamente vantata, vanno conteggiati 6 miliardi che vengono sbloccati per pagare i debiti pregressi dello Stato verso le imprese e 3 miliardi per la defiscalizzazione del costo del lavoro da spalmarsi in 3 anni.

Quindi le scelte della politica economica dell’attuale Governo, per uno sviluppo che consenta, insieme col riequilibrio dei conti pubblici anche la ripresa della fiducia internazionale sono praticamente inesistenti. Necessita pertanto una adeguata azione delle forze parlamentari perché si addivenga quanto prima ad un mutamento di indirizzo e alla assunzione di adeguate responsabilità.

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