L’analisi sbagliata del prof. Panebianco

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Angelo Panebianco

Angelo Panebianco

Anche i migliori analisti politici, e il prof. Angelo Panebianco è uno di questi, cadono vittime dei propri pregiudizi ideologici. Sul Corriere della Sera del 28 maggio, in un suo fondo,  Panebianco, sotto il titolo Anatomia di un declino – a proposito del recente spostamento dell’elettorato in sede di elezioni amministrative – afferma che non sono stati tanto i comizi e gli articoli propagandistici a determinare la caduta degli esponenti locali del centro destra, bensì un’ altra ragione di fondo.

La tesi di Panebianco è la seguente: «La vera ragione ( del cambiamento) sta nel fatto che quella parte dell’elettorato che aveva votato Berlusconi contro la  «società corporativa», sperando che egli la smantellasse ( o,quanto meno la indebolisse fortemente ) ha constatato che ciò non è avvenuto e ora si è stancata, non crede più alle sue promesse».

Insomma Berlusconi avrebbe « messo in piedi, fin da suo ingresso in politica nel 1994, una coalizione fortemente eterogenea ( più eterogenea di quella di sinistra). Usò il linguaggio«liberale» dell’appello al mercato, delle riduzione del peso della politica, della de-regolamentazione per attirare a se quella parte dell’elettorato, prevalentemente  ( ma non solo ) del Nord, interessato alla competitività, alla riduzione del peso della politica nella vita associata, allo smantellamento dei mercati chiusi, protetti e iper-regolati da uno Stato inefficiente, costoso, sprecone ».

Panebianco riconosce che alcune cose sono state fatte bene, come per esempio la riforma Gelmini dell’Università, dimostrando che «la destra non è «ostaggio» delle corporazioni che dominano il settore dell’istruzione»; e così pure Maroni «privo di legami clientelari con il Sud è risultato un ministro degli Interni più efficiente di altri nella lotta contro la criminalità organizzata».

Abbiamo detto che Panebianco è caduto nel suo pregiudizio ideologico, il quale è quello di un liberismo, per un verso astratto e per un altro verso anarchico. Invece di rilevare che la stanchezza di una parte d’elettorato per la politica del Pdl è in sostanza da attribuirsi al ritardo con il quale vengono introdotte essenziali riforme strutturali nella società italiana, tali da richiedere addirittura una precisa nuova fase costituente (e le cause di questo ritardo sono bene note), l’analista del massimo quotidiano italiano chiede ancor più anarchia nel mercato. I rimedi sono ben altri e riguardano soprattutto diversi istituti di orientamento nella politica economica, una più consistente politica nell’ammodernamento delle infrastrutture e una effettiva efficienza nell’amministrazione della giustizia.

Per pregiudizio si intende, naturalmente, una affermazione non suffragata da un dato oggettivo, eppur strettamente legata ad una idea di fondo utile, anche se infondata, a sostenere una tesi. Non è vero che le ideologie siano costrizioni arbitrarie ed inutili, in realtà esse sono essenziali per dare un significato orientativo all’azione politica: senza ideologia, ossia senza una concezione della vita associata, non vi può essere progettualità politica, ne tantomeno finalizzazione coerente nelle gestione delle cosa pubblica.

Nel caso dell’analisi del prof. Panebianco il pregiudizio ideologico è quello della battaglia contro una erroneamente definita società corporativa. Il fondista del Corriere della Sera definisce infatti il complesso sindacal-lobbistico come corporazioni che causano il declino della società italiana. Le corporazioni sono corpi sociali, ossia quelle categorie che costituiscono – nella loro costante evoluzione –  la naturale struttura della società  e quindi non sono quei poteri, organizzati in forma di solidarietà volta al privilegio, oppure quei centri  finanziari di un capitalismo più rivolto alla speculazione che alla produzione.

Se si usano termini sbagliati per individuare forme patologiche difficilmente poi si possono proporre soluzioni adeguate all’attuale crisi istituzionale in corso.

Dice Panebainco: « La società corporativa è ancor viva e vegeta, continuano ad esistere inespugnabili mercati protetti, fonti di tanti sprechi ed inefficienze, i piccoli e medi produttori continuano a subire vessazioni burocratiche, il peso dell’intermediazione politica non è stato minimamente scalfito».

Ma tutte queste entità non possono essere definite “società corporativa”, bensì il prodotto di quell’individualismo e di quella deificazione del profitto come unico fine dell’uomo e metro di valutazione del successo di ciascuno.

La società corporativa è ben altra cosa sia per la sua caratterizzazione storica che per gli esperimenti istituzionali passati: l’espressione di una collaborazione fra interessi diversi con il fine di garantire l’interesse pubblico e collettivo.

Quindi non possiamo non rilevare essere sbagliato il bersaglio scelto da Panebianco che per ben quattro volte nel suo articolo deforma la sostanza delle cose. Per esempio quando individua come corporazioni  i sindacati del pubblico impiego che privilegiano l’interesse dei singoli dipendenti rispetto al servizio pubblico.

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