La némesi si addice alla Lega

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Lega NordIn una settimana la storia, non solo la cronaca, all’improvviso ha emesso il suo giudizio su uno dei peggiori equivoci che negli ultimi decenni è capitato all’Italia: quello della Lega del Nord.

Purtroppo la stampa  – a proposito delle dimissioni di Umberto Bossi da segretario politico della Lega – mentre all’inizio ha detto  che  “un grande (!) politico  anche se sbagliava è stato atterrato  dalla solita congiura giudiziaria”, poi ha finito per ripetere coralmente che  “un politico acuto, interprete delle esigenze di alcune zone traenti del Paese,  è stato inconsapevolmente  raggirato  da un contorno vorace”.

Dichiariamo subito che non può essere accettato questo atteggiamento “del merita rispetto” perché il problema non può essere riferito soltanto alla vicenda di un  qualsiasi personaggio colpito dal “ destino cinico e baro”, in quanto invece la questione riguarda un disegno politico  ben definito e proclamato: quello della divisione dell’Italia.  Vogliamo continuare ad ignorarlo?

Vogliamo continuare ad incentrare ogni commento politico sulla vicenda personale dell’autocrate leghista trascurando la questione ben più grave della azione disgregatrice del tessuto nazionale da parte del partito da lui fondato?

E poi,  vogliamo continuare ad esercitare una  profonda ipocrisia strumentale continuando a sottovalutare, per ragioni di schieramento, l’anti-italianità secessionista quale obiettivo finale dei leghisti?

E, ancora, vogliamo ignorare – proprio ora che viene dimostrata – una essenziale lezione di  storia?

Si è trattato, infatti, di un movimento che, a ritroso del cammino della storia, vorrebbe separare genti che secoli di maturazioni hanno indicato come facenti parti di un comune destino.

Già in passato bisognava essere più espliciti nel denunciare che voler operare una divisione tra gli italiani proprio in un’epoca in cui popoli diversi si uniscono in unità continentali,  significa non capire la direttrice della storia quale è indicata dai progressi della scienza, dalla velocità dei mezzi di trasporto e di comunicazione e dall’inarrestabile aumento demografico.

Ed infatti, giustamente, non può fare che una fine politica fallimentare, per ora l’uomo, e tra breve anche il partito da lui promosso, nel voler dar corpo ad una inesistente identità “padana”.

Dichiarare quest’ultima una nazione in luogo di quella italiana e per di più condire il tutto con una confusa mitologia pseudo celtica fondata sul localismo egoistico, non poteva non portare che all’attuale epilogo.

Illusoria doveva, dunque, apparire fin dall’inizio l’idea che, parallelamente a quella meridionale, dovesse porsi una cosiddetta “questione settentrionale” da risolversi entro ristretti confini, mentre invece proprio le energie di quella inseparabile parte d’Italia trova nelle economie aperte  la sua naturale espansione.

Quindi,  non sarà tanto il fallimento di una persona e della cupola criminale –misto di familismo becero e di autentica camorra – che  porteranno all’esaurimento dell’alone falsamente rivoluzionario e anticonformista (artificialmente suscitato sull’onda di scontenti mal diagnosticati dal regime partitocratico vigente), quanto invece saranno l’incapacità intellettuale e l’assenza di autentico impegno civile nazionale ed unitario a far terminare ingloriosamente il ciclo di vita della Lega.

In tutto questo, appunto, sta la némesi storica, ossia la vendetta della realtà politica nei confronti dell’intera supponenza Leghista. Cosa  ben più grave di una  “disgraziata vicenda personale”.

L’imbroglio dell’ aver acceso false speranze nei confronti di popolani ingenui, l’averli coinvolti in miti risibili e in pagane “sacre ampolle”, doveva ben essere vista nella proiezione “del dopo” che inevitabilmente avrebbe condotto ad una sconfitta e per tanti aspetti anche ad una  risata storica.

Credo che sia del tutto inutile poter pensare ad una “rigenerazione” di un movimento che ha avuto le caratteristiche che tutti conosciamo e che esso possa svolgere  un ruolo  sia pure contingente nella futura evoluzione dopo il governo Monti.

Quel Maroni che dovrebbe sostituire Bossi ha le sue stesse origini. Se Umberto Bossi è stato iscritto al Partito Comunista Italiano, Roberto Maroni è stato militante marxista-leninista.

Così come hanno concepito –  marxisticamente  –  il  loro,  quale    “ partito di lotta e di governo”, altrettanto hanno trasferito la concezione della lotta di classe all’odio tra il Nord e il Sud d’Italia. Pensiamo davvero che sia fecondo per il bene d’Italia una Lega diretta da Maroni invece che da Bossi?

Non dimentichiamo che il limitato orizzonte politico della Lega  mira a fare di un redivivo lombardo-veneto una  “ nazione” di tipo balcanico, una etnia non diversa da  una Croazia o da una Bosnia. Che cosa può rappresentare una simile microprospettiva per il futuro degli italiani di quelle regioni?

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