Il mito del mercato non fa l’Europa

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Una delle domande più frequenti che rivolgiamo a noi stessi in questo periodo riguarda il perché sia necessario,  per superare la crisi dell’euro e la concomitante crisi economica che danneggia tutte le nazioni europee, concentrare la direzione della politica economica in un’unica sede continentale europea. Insomma ci si chiede se in questa maniera non si effettua pure una rinuncia alla sovranità nazionale e con essa all’indipendenza politica.

L’importanza e la delicatezza del problema  riguarda,  inoltre, anche l’autonomia democratica dei singoli Stati nella formazione della volontà collettiva nazionale e della conseguente legiferazione autonoma.

La questione non può essere affrontata con criteri astratti e tantomeno facendo riferimento nel ragionamento attuale a situazioni storiche quali quelle, per esempio, che hanno visto tra il Settecento e l’Ottocento, il passaggio dagli Stati monarchici agli Stati repubblicani e da situazioni statuali legate alle ultime evoluzioni  del regime feudale e caratterizzate da monarchie assolute trasformate poi in Stati nazionali dotati di una Costituzione approvata democraticamente.

Inoltre bisogna avere la consapevolezza dei cambiamenti relativi alla vita sociale, alla diversa composizione sociologica all’interno delle nazioni, nonché ai rapporti che si stabiliscono a causa del trasferimento in tempo reale delle notizie e del progresso scientifico e tecnologico, nonché della veloce mobilità nello spostamento delle persone, delle merci e dei capitali.

Insomma in un mondo profondamente cambiato (non va trascurato, poi, il fatto che in cento anni gli abitanti della Terra sono passati da meno di due miliardi ad oltre sette miliardi) il problema della “sovranità nazionale” deve essere impostato in maniera diversa.

Si tratta di un processo che si è andato accelerando negli ultimi decenni e che ci obbliga perciò a spostare il concetto di Stato nazionale dalla individuazione territoriale e linguistica, delimitata da ben  precisi confini, a quello dello Stato continentale allargato, e comprendente lingue e storie differenti, come si presenta attualmente l’Unione Europea, che tuttavia ha una comune radice di civiltà, tale da formare una nazione ben caratterizzata.

Questo processo sta rapidamente verificandosi e va inserito in quella intuizione che già si andava caratterizzando in Europa dalla fine degli anni Trenta del secolo scorso sia nella cultura politica allora dominante che nelle evoluzioni della cultura di opposizione. Per quanto riguarda la prima non va dimenticato il concetto di Europa Nazione, quale, per esempio, fu l’incitamento di un grande  italiano dell’epoca quale fu Filippo Anfuso, così come non vanno dimenticati gli auspici di coloro che allora erano gli oppositori e che pure pensavano ad una Federazione degli Stati europei.

Già nel corso della Seconda guerra mondiale era avvenuto un mutamento nella stessa coscienza italiana. Iniziato nel 1940 l’intervento italiano sulla base di una mobilitazione irredentistica riguardante il ricongiungimento alla Patria di Nizza, Corsica, Savoia e Malta, si è passati già nel 1941 ad una concezione di guerra europea, contro le potenze capitalistiche dell’Ovest e  contro le potenze comuniste dell’Est.

Naturalmente ora l’evoluzione ha un altro aspetto, ma deve essere, ripeto, inquadrato nel percorso storico e nei mutamenti sostanziali avvenuti. Altrimenti non solo usciremmo dalla realtà effettuale, ma non riusciremmo nemmeno a capire la natura del mondo che ci circonda.

Dobbiamo riconoscere che il problema in questi giorni è stato messo a fuoco sulla base della problematica incombente  dal prof. Guido Rossi in suo articolo apparso l’8 gennaio scorso su Il Sole 24 Ore dal titolo “Europa politica. Basta palliativi, facciamo sul serio” laddove egli dice: « Il capitalismo finanziario globale è riuscito a creare quello che Carl Schmitt aveva definito “lo Stato di eccezione”, dove il diritto è sospeso, sicché con l’aiuto delle teorie e delle pratiche della deregolamentazione, si abbandonano tutte le regole e si giustificano, per l’emergenza, pratiche anche non democratiche».

Ed infatti « “l’emergenza” e “l’eccezione” hanno consegnato la sovranità ad altri, sprovvisti di qualsiasi legittimazione come lo sono i mercati, quando [sono] controllati dalla speculazione dei grandi enti bancari, non soggetti o a volte addirittura favoriti, da regolamentazioni nazionali o internazionali di scarsa lungimiranza».

Ed infatti sia i governi europei che i popoli dell’antico continente debbono rendersi conto che la globalizzazione ha creato una condizione tale per cui è necessario passare dagli Stati territorialmente individuati nelle singole Nazioni agli Stati continentali i quali per esistere, dialogare, scambiare elementi di civiltà, prodotti economici, informazioni, idee e capitali non possono esistere altro che in strutture appunto continentali di notevole consistenza e quindi di adeguato peso.

In particolare è necessario comprendere che «la globalizzazione ha creato uno Stato di eccezione, dove gli ordinamenti sono sospesi e le nuove regole vengono, come ha sperimentato l’Italia, imposte con particolari missive della BCE e con l’avvallo della Banca d’Italia. D’altra parte l’Europa intera è condizionata dalle imposizioni della Germania la quale, forte della sua struttura economica, pare avere scarso interesse ad appartenere ad uno Stato di diritto europeo».

Le vicende di queste ultime settimane confermano, dunque,  la necessità di una presa di coscienza europea adeguata alla problematica incombente la quale ha nelle espressioni del disordine finanziario e della crisi economica il segno del sottostante mutamento sostanziale della sua società nell’ambito dei mutamenti mondiali in corso. Tale presa di coscienza non riguarda solo l’Italia, ma riguarda anche tutti gli altri Paesi dell’Unione Europea e in particolare la Germania e la Francia.

Per stare nell’ambito della incombente crisi non possiamo non porci il problema riguardante una stridente contraddizione tra il principio per il quale le banche possono godere  di una enorme liquidità triennale fornita dalla BCE al tasso dell’1%, mentre i titoli di Stato italiani ultra triennali debbono pagare interessi al 7% e i prestiti dati alle imprese e ai cittadini sono gravati di interessi ancora più alti.

Non si può più accettare il principio che si tratta di espressioni autonome del mito del “mercato” capace di equilibri automatici e progressivi, perché questo non è affatto vero e perché poi il “mercato”  va regolato secondo principi di quella equità che consiste nel porre tutti gli operatori pubblici e privati, finanziari e imprenditoriali, nelle stesse paritarie condizioni di accesso al credito.

Insomma bisogna uscire dalla attuale aumento delle disuguaglianze ed iniquità civili e sociali e passare ad una sovranità dell’Unione Europea che impedisca che la vita degli Stati membri sia affidata alla speculazione finanziaria selvaggia ed anonima.

L’Europa Federale deve dotarsi di una autentica Costituzione così come deve dotarsi di un Governo che non sia l’attuale Commissione formata dai singoli Primi Ministri degli Stati componenti, bensì da Ministri che rispondano direttamente al Parlamento Europeo a sua volta rappresentante diretto di tutto il popolo degli Stati che compongono l’Unione.

Giustamente il prof. Rossi insiste perché la Nazione Europa sia dotata di quella norma di base che legittimi tutte le altre normative secondo la famosa teoria di Hans Kelsen riguardante la “Grundnorm”.

Quindi anche il passaggio che presto dovrà essere compiuto e che oscilla ancora tra la formula dell’”accordo” e quella del “trattato” al quale sembrano lavorare i vertici attuali dell’Unione costituisce una tappa parziale ed insufficiente, per esempio, a disciplinare, tra le molte cose, immediatamente le attività della Banca Centrale quale prestatore di ultima istanza anche per gli Stati membri. Bisogna passare quanto prima alla fase costituente europea.

Il Governo italiano che uscirà dalle elezioni del 2013 dovrà porsi all’avanguardia in Europa perché essa raggiunga, insieme con la consapevolezza, anche la completezza costituzionale che si rivela sempre più necessaria.

Bisogna che le forze politiche che oggi, nell’ambito della parentesi costituita dal governo tecnico del prof. Monti, si stanno preparando ai confronti elettorali maturino anche, oltre i programmi rivolti al consenso immediato, i progetti necessari a far assumere all’Europa una stabilità interna che sia in grado di confrontarsi da protagonista con le altre forze continentali sempre più dinamiche sulla scena del mondo.

 

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