Il finanziamento della politica deve essere controllato dalla Corte dei Conti

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Vi sono due  punti nevralgici nella crisi economica attuale: da un lato l’azione fuorviante delle società di rating per quanto si riferisce al grado di rischio dei titoli obbligazionari pubblici e privati posti sul mercato; dall’altro la certificazione molte volte menzognera o errata delle società di revisione dei bilanci che dovrebbero invece essere a garanzia del buon stato di salute delle imprese che hanno quotazioni in Borsa.

Per quanto riguarda le società di rating esiste già una abbondante letteratura critica basata sul fatto che esse sono possedute dai grandi centri di speculazione finanziaria i quali hanno evidenti interessi a manovrare il mercato e quindi le quotazioni. Di qui la richiesta generale di affidare i giudizi di credibilità dei titoli piuttosto ad enti pubblici che a soggetti privati (per esempio la ventilata società di rating dell’UE).

Invece non è analizzata in maniera sufficientemente chiarificatrice l’attività  delle società di certificazione dei bilanci.

Come è noto, sia in dottrina che nell’analisi economica, la revisione ha la funzione di fornire un servizio di controllo sui conti della società revisionata e, contestualmente, costituisce per fornitori, azionisti, clienti, investitori e finanziatori la garanzia che la stessa società di cui si è certificato il bilancio non andrà nel breve termine incontro a crisi finanziarie. Ma troppe volte non è stato così. Oggi, comunque il problema è ulteriormente incombente perché ad esse si vorrebbe affidare anche la certificazione dei bilanci dei partiti. Ma procediamo per gradi.

Negli Stati Uniti, solo a titolo di esempio vale ricordare, prima il caso della Enron (che ha trascinato nel fallimento anche l’antica, e a suo tempo prestigiosa, società di certificazione Arthur Andersen), e poi il caso del fallimento della Banca Lheman Brothers, che ha posto in rilievo l’inconsistenza dei mutui subprime, e che ha innescato la crisi diventata mondiale  e nella quale ancora oggi siamo coinvolti.  Altri casi clamorosi, per esempio, si sono avuti  in Giappone come quello Olympus, dove il management ha dovuto pubblicamente ammettere di aver occultato per oltre 20 anni perdite per più di un miliardo di dollari, mentre i revisori dei bilanci, succedutosi nel tempo, non se ne erano affatto accorti. E ancora recentemente in Svizzera  una società di revisione, che aveva certificato come sani i bilanci della BCGE (Banca Cantonale di Ginevra), ha dovuto pagare in sede di sopravvenuto fallimento della stessa, 110 milioni di franchi a titolo di risarcimento per i danni causati.

Pure in Italia i casi sono numerosi e vanno dal ben noto Parmalat al più recente della Italease il cui ex amministratore delegato è stato condannato per truffa, falso in bilancio, aggiotaggio ed ostacolo all’attività degli organi di vigilanza. L’Italease aveva avuto la certificazione da parte di una nota società  il cui ex revisore è imputato di falso.

Questa criticità, riguardante la certificazione dei bilanci delle imprese private, diviene ora ulteriormente allarmante se la certificazione fosse estesa anche ai partiti politici.

Nel caso della certificazione dei partiti, infatti, la responsabilità è maggiore perché la ratio  che garantisca il corretto uso delle risorse sta nel  fatto che essi svolgono funzioni di interesse pubblico.  Infatti, che cos’è da considerarsi di maggior interesse generale se non  il concorso nella scelta dei legislatori  e degli indirizzi  della politica di una nazione?

Dunque, ancor più si rende indispensabile che, insieme all’individuazione delle responsabilità, siano previsti adeguati risarcimenti quando la prestazione certificatoria di garanzia non corrisponda alla verità.

Inoltre si trascura spesso il fatto che il servizio di certificazione è pagato dall’impresa e, nel caso fosse stabilito per legge, dal partito che lo richiede. E’ evidente che il rischio di collusione, di attestazione compiacente e anche quello di voluta disattenzione o superficialità, sono incombenti. Pertanto, appunto, la sanzione prevista e il rimborso dei terzi eventualmente danneggiati è la miglior garanzia che i bilanci esaminati siano “veritieri e corretti”.

Purtroppo, invece la lobby dei revisori vorrebbe introdurre norme che limitino la responsabilità patrimoniale delle società di revisione, restringendo la stessa solo ad un multiplo esiguo e irrisorio del corrispettivo incassato per il lavoro svolto. E questo, se appare dannoso per la certificazione delle società private, diventa ancor più pericoloso in sede di controllo dei partiti politici. Già in passato vi sono state pressioni a questo proposito nei confronti di parlamentari.

A questo punto, se per le attività imprenditoriali, con nuove adeguate norme responsabilizzanti, può essere ancora valida la certificazione di società private di revisione, tale sistema non può essere assolutamente valido a garantire la correttezza dei bilanci dei partiti e l’uso delle risorse ad essi conferite dallo Stato, oppure raccolte dai privati per fini istituzionali. Essa deve essere affidata per legge direttamente alla Corte dei Conti che ha tutte le competenze per farlo e con la necessaria terzietà.

Questa scelta costituirebbe indubbiamente uno degli elementi in grado di ridare fiducia ad una attività politica che sia veramente al servizio di una intera comunità e non di singoli gruppi di potere.

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