Dal classismo sindacale alla rappresentanza politica del lavoro

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Monti Fornero

Mario Monti ed Elsa Fornero

La questione delle modifiche della legislazione sul rapporto di lavoro si sta rivelando capace di far esplodere un problema costituzionale di  grande rilevanza che non può non coinvolgere quanti fanno riferimento al nostro mondo politico.

Non si tratta solo di discutere circa l’efficacia e l’equilibrio delle modifiche apportate dalla riforma specifica sostenuta dal governo Monti e cioè analizzare soltanto se essa accrescerà o diminuirà la flessibilità del c.d. mercato del lavoro  (brutta espressione per ciò che è frutto della volontà e dell’intelligenza della persona umana …) e se essa favorirà l’occupazione  o accrescerà i pesi per le imprese.

Naturalmente le questioni relative a queste analisi sono oggi dominanti e non possono non esserlo perché si riferiscono a forti problemi incombenti che riguardano la  ripresa economica, la capacità delle imprese di produrre modernamente a costi competitivi e il rispetto della giustizia sociale riguardante i diritti e i doveri dei lavoratori.

Ma  tutto questo sarà motivo di dibattito dopo le elezioni amministrative che si svolgeranno il  6 e il 7 maggio prossimi in 777 comuni, di cui 22 capoluoghi, interessando 7,3 milioni di elettori e il cui esito certamente avrà ripercussioni su questa materia entro e fuori il Parlamento.

A questo proposito, già ora, la CGIL annuncia che lo sciopero generale, già deciso, avrà luogo non subito, ma verso la fine di maggio evidentemente per poter svolgere, direttamente e attraverso la piazza (disordini?), a tempo opportuno una pressione adeguata sul PD senza che essa, ora, crei allarmi pericolosi per la  sua tenuta elettorale. Non si tratta solo di tatticismi elettorali, ma di posizioni che debbono far riflettere.

In realtà, la pressione che ora  si vuol minacciare e che sarà sviluppata dopo, è nei confronti del Parlamento, in quanto s’intende mobilitare i lavoratori e i facinorosi di professione, nonché paralizzare le aziende, per ottenere ciò che non è stato ottenuto nel corso del confronto dei sindacati con il duo Monti-Fornero, ossia con il governo.

La domanda che ci si deve porre è questa: Perché il problema investe direttamente il nostro sistema costituzionale, oggi più che nel passato? Perché era invalsa in passato la regola che il potere di veto sindacale, ossia di un organismo esistente al di fuori del Parlamento,  valesse  né più né meno di quanto un voto parlamentare e ciò si era andato consolidando nell’ambito di quella costituzione materiale che progressivamente ha sostituito la Costituzione ufficiale varata nel 1948.

Con il governo Monti si è avuto un cambiamento: il potere sindacale e specialmente quello della più forte organizzazione, la CGIL influenzata dalla FIOM, non ha condizionato la decisione governativa che si è poi concretizzata in un disegno legge basato sostanzialmente sul testo originale e che sarà presentato direttamente al Parlamento. Monti ha ammonito che il testo non potrà essere cambiato pena le dimissioni del suo governo e ciò creerebbe dei seri problemi a quelle forze politiche che oggi hanno tutte un forte interesse a sostenerlo.

In precedenza, per oltre quarant’anni, gli accordi fra le parti sociali, ossia fra i sindacati dei lavoratori e quelli dei datori di lavoro, e con il governo, diventavano senza discussione parlamentare disposizioni legislative. In altre parole i deputati e i senatori non facevano altro che avallare le indicazioni delle lobbies sindacali, dei lavoratori e dei datori di lavoro, prive, come tali, di rappresentanza politica.

La deliberata confusione da parte delle sinistre e dei sindacati classisti sta nel voler identificare il concetto di democrazia con quello di costituzione materiale, ossia che l’operare attraverso la rappresentanza sindacale, fuori del Parlamento, sia un atto di democrazia mentre invece costituisce una manifestazione di irresponsabilità politica né più e né meno di quanti, gruppi economici e finanziari, si servono lobbisticamente dei referenti parlamentari espressi dai partiti.

Appare dunque chiaro che la questione sul tappeto pone la necessità di affrontare la grande problematica costituzionale costituita dall’assunzione di responsabilità politica diretta in Parlamento – e quindi alla luce del sole e sotto il controllo dell’opinione pubblica – di quanti vogliono tutelare i propri interessi particolari o esprimere indirizzi per loro più vantaggiosi.

Quindi la situazione che si è venuta a creare imporrà una chiarificazione nei rapporti di cinghia di trasmissione rappresentata dal PD nel Parlamento rispetto agli indirizzi voluti dalla CGIL che è, ripetiamo, fuori dal Parlamento.

La questione della riforma dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori non va, dunque, valutata solo in sé stessa, ma deve essere vista in maniera più adeguata nelle sue più profonde ripercussioni nella necessità del  passaggio dalla democrazia formale alla democrazia sostanziale il che comporta una riforma costituzionale in grado di rappresentare il cittadino nella sua interezza di persona che ha opinioni e orientamenti, ma che contemporaneamente anche svolge una attività  lavorativa.

Il discorso non si può fermare all’azione contingente del governo Monti perché ormai è venuta in rilievo una fondamentale questione irrisolta fin dal varo della Costituzione postbellica. Si tratta del fatto che l’art. 1 della Costituzione vigente afferma: L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, ma poi nel testo  non si dice come il lavoro – naturalmente in tutte le sue forme: dipendente, autonomo, imprenditoriale, professionale – sia rappresentato in Parlamento.

E ciò non soltanto perché i contrasti di interessi particolari  debbano essere risolti in altra sede (a questo deve provvedere il CNEL, neutralizzato però dal regime partitocratico e lobbistico, che si è nel frattempo instaurato), ma perché è necessario che le categorie dei lavoratori, degli imprenditori e quelle professionali mettano a disposizione dell’interesse generale in sede Parlamentare le proprie capacità, esperienze e competenze. In particolare, oggi, nella nuova società così come si è evoluta da un secolo a questa parte la rappresentanza delle categorie non ha più le caratteristiche che aveva in un passato ormai lontano.

E’anacronistico contrapporre marxisticamente i lavoratori ai capitalisti, in quanto i primi non sono più bracciantato di massa, bensì tendenzialmente sempre più tecnici specializzati e i secondi non sono più gli antichi “padroni delle ferriere”, bensì sempre più manager organizzativi della produzione.

Di conseguenza, il futuro comporta la necessità di una riforma costituzionale che completi l’attuale democrazia che ora è fondata solo su una rappresentanza di cittadini indifferenziati per di più, nella ultima edizione partitocratica, esautorati proprio in sede elettorale dove il voto è solo di ratifica di scelte altrui e non di selezione diretta.

E’ necessario che una completa rappresentanza democratica trasformi ciascun cittadino in un consapevole ed effettivo autore del proprio destino nella sua integralità di persona che oltre ad avere opinioni da esprimere (attraverso i partiti), ha anche competenze specifiche per le attività che svolge e che debbono essere poste in sede di rappresentanza al servizio dello sviluppo dell’intera società.

La storia ci insegna che molte volte episodi che sembrano circoscritti a necessità contingenti svolgano invece quella funzione maieutica che determina mutamenti ben più profondi in quanto costringono a sciogliere  nodi storici essenziali in una visione più ampia e più lontana.

Gaetano Rasi

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