Cogestione al posto delle concertazioni coi vecchi sindacati

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La fine del 2011 porta con  sé – in misura molto maggiore di quanto avvenne un decennio fa con la  fine  del secolo passato –  la necessità di fare un bilancio degli ultimi sessant’anni di vita del nostro Paese, sia come società organizzata a Stato, sia come società aperta e coprotagonista dell’ Unione Europea.

Naturalmente la crisi economica nella quale siamo immersi rende più complessa l’analisi, anche perché una drammatizzazione artificiale ne confonde le caratteristiche, ma è anche questa crisi che ne completa il bilancio.

Ha scritto Giovanni Sartori sul Corriere della Sera di martedì 27 dicembre, sotto il titolo “Una politica a corto di idee”,  che “… è da cinquant’anni che dalla politica italiana non nasce una sola idea”. L’osservazione è esatta e potrebbe suscitare meraviglia che l’illustre politologo se ne accorga solo ora, ma ciò si spiega molto bene se si considera che ogni suo presupposto logico è legato ad una concezione esclusivamente liberal-individualistica della democrazia.

Ed infatti l’osservazione, come abbiamo detto, è esatta e tuttavia è incompleta perchè manca di un altro rilievo essenziale: pure in campo sindacale, ossia della politica del lavoro, da un sessantennio non nasce un’idea nuova, in linea con i profondi cambiamenti sociali ( “sociali” come aggettivo di società e come mutamento nei rapporti di produzione e di lavoro) avvenuti e in corso.

Ma la spiegazione viene proprio dalla sua premessa ideologica: ossia che la democrazia rappresentativa sia solo quella basata sui partiti e sul gioco della loro alternanza al potere e che il rapporto fra le c.d. forze sociali avvenga ancora secondo la  sempre sottintesa, anche se non confessata, dottrina della “lotta di classe”.

Insomma il bilancio di questa fine d’anno va oltre il contingente perché in realtà si sta concludendo oltre mezzo secolo di equivoci e di occasioni perdute che sono andate ad incidere  negativamente nell’essenza strutturale della società nazionale. Oggi viene  al pettine  il nodo di non aver portato a termine quei progetti che erano volti ad interpretare e a sviluppare la società italiana in forma moderna e di autentico progresso civile.

Erano programmi  impostati già nella prima metà del Novecento e che allora non erano completamente  maturati e comunque che  non furono conclusi nella loro naturale evoluzione verso la democrazia sostanziale e non solo formale e verso una rappresentanza completa del cittadino non solo attraverso i  partiti ma anche attraverso le categorie delle competenze e delle esperienze.

In altre parole si tratta del bilancio fallimentare dell’antifascismo partitocratico imposto all’Italia con la perdita delle Seconda  guerra mondiale e che ora viene in rilevo attraverso l’incapacità di una dirigenza politica frutto di un sistema di  selezione rivolto ad individuare i conformisti invece che i migliori.

Esaminiamo dunque il primo aspetto, quello dell’assenza di progetto politico.

Sempre nel citato articolo, Sartori, rispondendo a coloro che dicevano “che se un Paese non aveva una struttura bipolare ( tipo destra-sinistra) non poteva funzionare” osserva che detta struttura “veniva di solito da sé, che era fisiologica”. Ed a rafforzamento del concetto sostiene  che “ chi si prova, ogni tanto, a dichiararsi «terzo polo» è un politico spiazzato dagli eventi” . E ciò, infatti, rimanendo nell’ambito del sistema della democrazia bipolare, ciò e vero.

Fra parentesi: questa osservazione fa pensare a quell’uomo politico che si è privato di un partito ben organizzato per poi finire addirittura a fare la comparsa proprio in un «terzo polo» destinato, rebus sic stanti bus, a cercar il raggruppamento dominante cui aggregarsi …!

Ma veniamo al concetto iniziale e centrale del ragionamento

Sartori continua dicendo .” Qual è allora lo scandalo italiano ? E’ che non abbiamo il voto di preferenza. lo avevamo, ma a furor di popolo venne cancellato da due referendum. Non era un secolo fa – dice Sartori -, eppure ce ne siamo dimenticati. e ci siamo anche dimenticati perché non funzionò allora, e perché funzionerebbe ancora peggio se ripristinato” In quanto,  a causa del sistema del controllo dei partiti, “ il votante non riuscirà quasi mai a eleggere chi voleva”.

Una prima conclusione dell’editorialista del Corriere è dunque questa: “Il vero problema è che si è consolidata e moltiplicata una vera e propria popolazione che vive di politica come professione e che non sa fare altro”  (la diagnosi è antica. Vedi Max Weber, La politica come professione, pubblicato nel 1919)..

Ed aggiunge che all’attività professionale si unisce una corruzione che è tra le più virulente del mondo. In sintesi dice Sartori: da noi  “ manca un vero pluralismo politico” .

A questo punto Sartori capisce che  il suo ragionamento lo porta inevitabilmente a prospettare due  soluzioni essenziali. Anzitutto il completamento della  rappresentanza politica   – il vero pluralismo politico, di cui denuncia la mancanza – con i delegati delle categorie morali e professionali ( quello che scientificamente viene chiamato corporativismo democratico ) e  insieme l’introduzione dell’istituto della partecipazione collaborativa nelle imprese ( quella che si chiama cogestione e che ha fatto la fortuna dell’economia tedesca).

Ma per tutto questo qualcuno lo potrebbe accusare di  voler indicare un percorso sulla linea dello  sviluppo  sociale e civile che era stata già tracciata in passato e –  mancandogli evidentemente un  coraggio morale che sia pari  all’acume intellettuale –  infila una vero e proprio falso storico,ossia che  il fascismo avrebbe favorito l’affermazione “ di quelle che oggi ci siamo abituati a chiamare lobbies, ovvero corporazioni di interessi economici”.

Il che non è affatto vero sia sul piano effettuale sia su quello logico: allora ogni attività politica era basata sulla teoria che gli interessi dello Stato-Nazione erano superiori a quelli dei singoli e dei gruppi pur organizzati e tale attività era dominata dal partito unico che a quella dottrina si ispirava. Ma certi residui d’antica faziosità uniti a probabili esigenze di praticabilità  ambientale lo obbligano mescolare il vero con il falso.

Comunque  non possiamo non prendere atto e condividere  il seguito del suo articolo dove osserva quanto sia arretrato e affatto non rispondente alle necessità della nostra epoca insistere su un tipo di sindacalismo, sia esso rosso o bianco o grigio, quando riconosce che     “   il dopoguerra ci ha restituito un sindacalismo largamente massimalista …. Mentre nel 1959  i sindacati tedeschi ripudiavano a Bad Godesberg il sindacalismo rivoluzionario e da allora collaborano con le aziende, noi continuiamo il rito di inutili e dannosi scioperi”.

Invero, a questo proposito, proprio in questi giorni ancora la Cisl per bocca del suo Segretario Bonanni insiste nello “ sperare che si chieda al governo il coraggio di  fare un patto sociale con i sindacati e le organizzazioni imprenditoriali per trovare una soluzione allo scontento fiscale”.

Non può non denunciarsi la miopia a ridurre tutto il problema della ripresa della crescita economica e civile del nostro Paese ad una concertazione meramente sindacale e di vertice e per di più limitata alla questione del fisco, quando il problema è strutturale, di effettiva produttività da ottenersi con la partecipazione alla gestione e agli utili. Solo affrontando in questa maniera si può far uscire l’Italia dalle secche in cui si trova.

 

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