AUGURI DI PASQUA

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Il CESI invia a tutti gli amici e a coloro che frequentano questo sito i più fervidi auguri di Buona Pasqua, che sono quanto mai appropriati perché intendono far riferimento, oltre che ai sentimenti religiosi, anche a quelli che si riferiscono all’auspicio della resurrezione dell’Italia.

E’ inutile descrivere la situazione attuale, che può essere sinteticamente riassunta nella prospettiva ravvicinata riguardante il crollo del regime politico nato dopo la Seconda guerra mondiale. All’esaurimento dei presupposti politici si aggiunge anche quello della Costituzione varata nel 1948 e ormai rivelatasi incapace di rispondere alle esigenze del popolo italiano inserito in una Unione Europea ancora incapace di essere protagonista nel mondo globalizzato.

Come sanno tutti gli amici, il CESI è impegnato nel preparare un Appello  per aprire una autentica fase costituente e nell’elaborare un Manifesto per la rifondazione dello Stato.

Intanto pubblichiamo qui di seguito una nota pasquale del prof. Carlo Vivaldi Forti del Consiglio Direttivo del CESI.

G.R.

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Necessità di rivedere radicalmente il regionalismo italiano

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Pubblichiamo qui di seguito un articolo di Mario Bozzi Sentieri, componente del Consiglio Direttivo del CESI, dal titolo significativo: E se abolissimo le regioni?

Nell’ambito di una radicale revisione costituzionale il problema delle regioni si presenta sempre più acuto per cui è necessario affrontarlo subito discutendolo in previsione dell’avvio in Italia di una fase politica costituente.

Come noto, i problemi relativi al regionalismo introdotto in Italia, sia nella stesura originale della Costituzione del 1948, sia nella revisione del Titolo V attraverso la legge costituzionale n°3 del 2001, necessitano di una soluzione urgente.

Tre sono le questioni sul tappeto le quali, ad un primo approccio, richiedono soluzioni indilazionabili:

1°. Anzitutto il fatto che sono stati trasferiti alle regioni, in particolare nel 2001, dei poteri legislativi che avrebbero invece dovuto essere mantenuti al centro del sistema nazionale per non creare una disuguaglianza nelle condizioni di cittadinanza degli italiani.

2°. Esiste poi, una incongruenza istituzionale, particolarmente pericolosa per l’unità della Nazione, in quanto il Presidente della Regione viene eletto direttamente dal popolo, mentre il Presidente della Repubblica viene eletto dal Parlamento e quindi ha una legittimazione di secondo grado.

3°. I confini delle regioni italiane, inizialmente stabiliti solo a carattere amministrativo, sono fuori di ogni logica di uniformità nelle singole caratteristiche di sviluppo territoriale e socio-economico.

Queste critiche non sono certamente esaustive delle ragioni per le quali è necessario rivedere l’intero problema istituzionale e gestionale del nostro Paese. Appare infatti evidente che il sistema delle infrastrutture e delle reti stradali, ferroviarie, marittime, aeree, ecc., nonché delle telecomunicazioni, deve prescindere dai condizionamenti relativi ai localismi sempre più diffusi e sempre più costosi.

Inoltre va tenuto presente che il sistema infrastrutturale, ossia relativo all’ammodernamento dei collegamenti e ai progressi tecnologici, deve sempre più tener conto che l’Italia è inserita nel sistema europeo e, nel medesimo tempo, che essa è un grande molo proteso nel Mediterraneo per il collegamento e l’espansione civile ed economica verso l’Africa ed il vicino Oriente.

Iniziamo pertanto con l’articolo di Mario Bozzi Sentieri l’approfondimento di questa problematica che – come scrive l’Autore – è oggetto di studi approfonditi da parte dell’autorevole Società Geografica Italiana.

Il CESI, naturalmente, ne farà oggetto di attenzione negli studi per l’elaborazione che è in corso riguardante il Manifesto per la rifondazione dello Stato.

 

G.R.

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Contrastare una campagna elettorale priva di programmi. E’ necessario introdurre istituti di partecipazione per lo sviluppo

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I dibattiti della campagna elettorale in corso, invece di orientare gli elettori circa  i programmi che ciascuna forza politica intende realizzare nella prossima legislatura, si limitano quasi esclusivamente ad irosi confronti fra i singoli personaggi che si confrontano. Malgrado l’Italia stia attraversando un lungo periodo di grave crisi politica ed economica e, in particolare, sia stata soggetta nell’anno trascorso ad un pesante interventismo fiscale che ha aggravato la depressione economica e le condizioni sociali dei cittadini, non vengono avanzati progetti tali da far riprendere quello sviluppo al quale il Paese ha diritto sia sul piano civile che su quello produttivo.

L’Italia ha bisogno di radicali riforme nella sua struttura costituzionale e istituzionale e nella legislazione riguardante l’impresa, il lavoro e l’uso dei capitali.   L’attuale Costituzione è insufficiente a rispondere alla dinamica civile ed economica  che è stata impressa al nostro Paese, sia dalla sua appartenenza all’ U.E. e all’Eurozona, sia dal confronto sempre più aspro sui mercati aperti dovuto alla globalizzazione.

 Analogamente le sue istituzioni, in vari settori essenziali dello Stato – scuola, ricerca, giustizia, sanità, tutela del territorio, servizi pubblici e infrastrutture – sono arretrate. Specialmente nel campo della produzione e della politica economica e sociale l’Italia abbisogna di adeguati e risolutivi interventi in sede di efficienza delle attività produttive (agricole, industriali e terziarie), di coerente coordinamento nella programmazione economica centrale e periferica, di formazione professionale e di garanzie occupazionali.

Tutto questo deve partire dalla base delle attività produttive –  le imprese e le aziende – nelle quali deve realizzarsi una fattiva collaborazione organica tra capitale e lavoro e, quindi, una  responsabile  partecipazione alla gestione e agli utili in tutti i livelli operativi: dirigenziali, funzionali ed esecutivi.

Vi è urgenza a questo riguardo perché la competizione all’interno e verso l’esterno dell’Europa sarà sempre più serrata e le merci e i servizi prodotti saranno sempre più soggetti ad un aspro confronto: il fattore lavoro sarà essenziale ai fini della produttività, ossia dell’apporto partecipativo, anche da parte del lavoratore che opera in ruoli modesti o di primo impiego, ai fini del continuo miglioramento dei processi produttivi , dell’innovazione di prodotto e della maggiore quantità di beni prodotti e commercializzati..

L’esperienza tedesca deve fare scuola. La Germania, a seguito della introduzione da molti anni nelle proprie imprese dell’istituto della cogestione e della partecipazione di tutti, investitori e lavoratori, agli utili ( mitbestimmung ), ha in Europa la più alta produttività quantitativa e qualitativa per cui, anche in periodo di crisi, regge i confronti con la produzione estera in settori strategici dello sviluppo.

Tale positiva situazione istituzionale riguardante le imprese costituisce, oltre che un fattore di elevazione civile, pure un generale abbassamento dei costi fissi aziendali in quanto gli stipendi e i salari sono più contenuti rispetto alla media europea, mentre invece il contenuto reale della buste paga dei suoi lavoratori è molto più alto rispetto a quello degli altri lavoratori della U.E.

Il Centro Nazionale di Studi CESI – facendo  tesoro di tutta una scuola italiana di dottrina politica, sociale ed economica – fin dalla sua nascita sostiene la necessità dell’introduzione urgente nel nostro Paese dell’istituto partecipativo sopra descritto e pertanto lancia, in occasione della presente campagna elettorale, a tutti i candidati una appello perché sottoscrivano un impegno in tal senso, (g.r.)

LEGGI E SCARICA L’APPELLO AI CANDIDATI NELL’ARTICOLO RELATIVO

Scarica l’appello in PDFTesto del Patto da sottoscrivereScheda di adesione

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Ritornare protagonisti con la propria identità

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La degenerazione del sistema politico italiano è ormai arrivata al punto di non ritorno. Questa è la convinzione generale del Paese, che – nelle prossime elezioni – si esprimerà, da un lato, attraverso le illusioni degli elettori PD che sono attratti dalla socialdemocrazia di Bersani oppure dalla liberaldemocrazia di Renzi e, dall’altro, dalla astensione della maggioranza degli elettori ex PdL, dopo aver constatato il suo dissolvimento. Il quadro negativo sarà completato da un certo successo della disperata improvvisazione di coloro che si rivolgeranno all’ex comico Grillo e al suo Movimento cinque stelle.

Pertanto ben poche speranze di radicale e meditato miglioramento, sia istituzionale che della classe dirigente, si possono riporre nella legislatura che si aprirà dopo le elezioni dell’aprile 2013. Infatti il vero problema da risolvere ormai è quello di predisporre una fase costituente rivolta alla rifondazione dello Stato attraverso una nuova Costituzione.

Il CESI pertanto invita tutti gli uomini di buona volontà a coraggiose iniziative, a ritornare protagonisti e traenti di un movimento radicalmente riformatore a riprendere la propria genuina identità ed una adeguata autonomia operativa.

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Il dramma dell’ILVA come paradigma della mancanza della politica industriale in Italia

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IlvaLa drammatica  eventualità della chiusura dell’acciaieria di Taranto, l’ILVA,  é paradigmatica dell’allucinante mancanza in Italia –  non solo da ora ! – di una politica economica, in particolare della politica industriale.

La patetica solitaria presenza ieri, in aula alla Camera, dai banchi vuoti del Governo del (ripeto) solo ministro dell’Ambiente, Clini, ad illustrare la vicenda, quando invece avrebbe dovuto esserci  – e spiegare fatti, decisioni, prospettive e programmi – il ministro dello Sviluppo (?) Economico, Passera, ha sottolineato uno dei più bassi gradini della mancanza di una politica economica.

Va ricordato a questo riguardo che la nuova intitolazione del Ministero diretto dall’ineffabile Corrado Passera, si riferisce a quello che è tuttora il contenuto (e prima ne era anche il titolo esplicito) di Ministero dell’Industria, del Commercio, dell’Artigianato e del Turismo, insomma delle attività direttamente produttive dell’intero sistema economico nazionale. Ma di ciò non si tiene affatto conto.

Insomma non può non essere rilevato il vergognoso disimpegno, oltre che del Governo in carica (che pretende di giustificare la propria esistenza in base alle esibite competenze tecniche ed economiche), di un’intera classe politica nei confronti dell’immediato futuro dell’Italia, confermando, inoltre, l’irresponsabile ignoranza dei più elementari principi di come va governata una moderna economia industriale obbligata al quotidiano confronto con le economie europee e con il resto del mondo.

Tuttavia non vi è soltanto questo aspetto che va rilevato. Vi è pure, e in misura clamorosa, il fatto che tutta la questione viene dibattuta con estrema superficialità  esasperando, uno o tutti insieme, i tre elementi conflittuali che la caratterizzano e che sono soltanto l’esito e non la causa del problema.

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Il caso Fiat – Esplode l’assenza di politica industriale in Italia

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Logo FiatL’incontro di sabato 22 settembre tra la Fiat e il Governo ha sottolineato in modo stridente due fatti assolutamente negativi: Primo che il Governo manca di politica economica ed in questo caso di politica industriale per cui l’obiettivo della ripresa per superare la crisi in realtà non è nelle capacità e nemmeno nelle intenzioni vere del Governo stesso; in secondo luogo che anche le forze politiche che lo sostengono e che si accingono alle elezioni di primavera sono pure esse prive di  indirizzi e di programmi.

In particolare si fa sentire il vuoto da parte degli esponenti exAN all’interno del Pdl che pure hanno alle spalle dottrina e progetti ben in grado di orientare in forma attuale una politica di sviluppo dopo l’assenza legata alle pratica della ideologia liberal-qualunquista.

Tuttavia anche organi di informazione, che finora hanno tenuto posizioni sostanzialmente disimpegnate in nome dell’automatismo miracolistico del mercato, se ne stanno accorgendo.

Massimo Mucchetti  sul Corriere della Sera di domenica 23 settembre, dopo aver preso atto della inconsistenza  dell’esito di un incontro – durato cinque ore e mezzo! – tra l’a.d. Marchionne e del presidente Elkann, da un lato, e il premier Monti ed il ministro dello Sviluppo (?!) economico dall’altro,  constata che «il comunicato congiunto Governo-Fiat, che in questi casi è ciò che vale perché impegna i firmatari, non prende alcun impegno».

Ma ciò che più va sottolineato è quanto, sempre Mucchetti, scrive laddove riconosce che il caso Fiat «fa rumore … perché la Fiat era stata presentata come l’alfiere della modernità … e perché a rischio è ormai un intero storico settore industriale come quello dell’auto».

Va, infatti, tenuto conto non solo della produzione diretta, ma anche di tutto l’indotto: ben il 70% della produzione è esterna agli stabilimenti Fiat.

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Il lavoro è partecipazione, un manifesto per una nuova strategia politica e sindacale

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il lavoro è partecipazioneIn un periodo nel quale mancano veri progetti e programmi di politica sociale ed economica  esce un interessante e documentato volume di articolata e attualissima proposta (Mario Bozzi Sentieri – Ettore Rivabella, Lavoro è partecipazione, Settimo Sigillo, Roma 2012, € 10,00).

Si tratta, come dice anche il sottotitolo, di un ” Manifesto per una nuova strategia di Azione Sindacale”. Significativo, poi, che la prefazione sia di Giovanni Centrella, Segretario Generale dell’UGL, ossia di quella Confederazione che non solo ha nella sua storia presenze ed elaborazioni di forte rilievo, ma che anche ora segue attentamente le gravi vicende italiane ed europee senza essere condizionata dal tardo classismo che appesantisce, oppure addirittura neutralizza, l’azione della CGIL, della CISL e della UIL.

Scrive tra l’altro Centrella che «l’attuazione del principio costituzionale riguardante la partecipazione dei lavoratori e la condivisione con loro delle responsabilità, delle scelte, delle dinamiche e degli utili, può dar loro un nuovo slancio a uno sviluppo che abbia come presupposto la sintesi tra le  istanze sociali e economiche che costituiscono il binomio caratterizzante la produzione e il mercato».

L’articolazione del volume si svolge secondo uno schema logico che conduce il lettore ad addentrarsi nella materia in maniera convincente e lo porta ad essere aderente alla tesi di fondo. Dai capitoli che tratteggiano i nuovi scenari e quindi i cambiamenti in corso nella scena mondiale si passa ad affrontare la tematica riguardante la nuova cultura che deve caratterizzare una diversa socialità. Quindi  – e per il lettore diventa il tema centrale – si afferma la necessità di un interventismo statale moderno fondato su una legittimità democratica di nuova concezione. Di qui la richiesta di un adeguamento della azione sindacale fondato su una battaglia esplicita per la partecipazione istituzionalizzata sia nelle attività produttive che in quelle della rappresentanza politica.

Gli Autori  affrontano con capacità interpretativa coerente le problematiche del lavoro che sono sul tappeto, tenendo sempre presenti le correlazioni  con le innovazioni tecnologiche pervasive e  con le dimensioni globali delle competizioni mondiali. Soprattutto  non si lasciano intimorire dalla informazione, spesso fuorviante, dei mezzi di comunicazione asserviti in gran parte ai potentati finanziari speculativi: l’economia reale  – essi affermano giustamente –  è il vero terreno di confronto e la base imprescindibile per risolvere la crisi generale e riprendere lo sviluppo.

Tra gli argomenti sui quali riteniamo di dover richiamare l’attenzione, oltre naturalmente quelli specifici relativi alla cogestione e alla nuova caratterizzazione che deve avere una diversa attività sindacale, vi è quello riguardante il capitolo dal titolo “Ripensare la democrazia”.

«Bisogna – scrivono Bozzi Sentieri e Rivabella – prendere atto che la democrazia, quale almeno storicamente si è manifestata nelle sue forme borghesi ed ancora oggi ci appare, è, nella sua essenza, il regno dell’individualismo e dell’astrattismo (Joseph De Maistre); è la fabbrica dell’incompetenza degli uomini politici (René Guénon); è il luogo deputato della partitocrazia (Robert Michels); in essa avviene il dominio dell’oligarchia capitalistica sulla realtà politica (Julius Evola); nella democrazia elettorale, condizionante è la capacità di agire sull’ingenuità della masse attraverso l’aiuto della stampa influente e di “una infinità di astuzie”(George Sorel)».

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Lo scandalo libor. I pericoli per il credito e il risparmio senza il controllo dello Stato

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Gli USA e l’Unione Europea cercano di combattere la crisi finanziaria salvando le banche private pur essendo esse colpevoli di manipolazioni e avventurismi. I casi Lemhan Brothers prima e ora Barclays insegnano. Nel complesso il governo degli Stati Uniti ha rifinanziato il proprio sistema bancario con ben 8.000 miliardi di dollari e l’Unione Europea ha impiegato per lo stesso motivo oltre 4.500 miliardi di euro.

Inutile pertanto discutere ancora, come si fa fin dal Settecento, se la crisi sia “del” o “nel” sistema capitalistico. La crisi è una sola e, se a monte riguarda il superamento delle filosofie liberiste e socialiste, a valle risulta sempre più stucchevole l’alternativa tra mercato e Stato. Tra mercato e Stato non vi può essere antitesi, ma solo regole per il rispetto dei ruoli di ciascuno le quali non possono altro che essere emesse dallo Stato in quanto interprete ed organizzazione giuridica della società. E il mercato è una – non la sola ! – delle espressioni della società. Sembra un’ovvietà, ma nelle attuali condizioni non lo è.

I punti cruciali della generale malattia sono molti. Per quanto riguarda il finanziamento dello sviluppo basti pensare, fra le molte  cose, che sono da  rivedere le regole restrittive di Maastricht e quelle di Basilea le quali hanno imposto vincoli patrimoniali eccessivi che riducono il finanziamento delle imprese e quindi la ripresa economica.

Per quanto invece riguarda la gestione delle regole, proprio il fatto che esse provengano da enti sostanzialmente privatistici impone la necessità di riconsiderarle perché siano ricondotte alla diretta responsabilità degli Stati e al controllo dei Parlamenti.

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Incertezze ed equivoci dominano i risultati del summit di Bruxelles.

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Ad una settimana di distanza dal summit di Bruxelles si può valutare con più oggettività la reale portata di quello che è sembrato un successo, non solo del Presidente Monti, ma anche delle tesi che considerano tali risultati un ulteriore passo verso l’integrazione economica dell’Unione Europea.

In realtà aldilà delle espressioni, talvolta generiche e in alcuni casi addirittura equivoche, l’accordo è tutto da verificare. Comunque risulta subito evidente che la questione non riguarda né la vera ripresa dell’economia reale dell’intero continente e in particolare dei Paesi mediterranei, né l’impostazione di una politica economica organica per il futuro sviluppo dell’Unione Europea

Le questioni trattate consistono soltanto nel garantire la salvaguardia del sistema bancario, specialmente per i riflessi che esso ha nei confronti della sottoscrizione dei debiti pubblici dei singoli Stati. In sostanza si garantiscono a tale sistema bancario liquidità adeguata e guadagni derivanti dalla differenza tra gli interessi pagati per l’indebitamento e i maggiori interessi incassati per gli investimenti in titoli. Ci si domanda quindi come questi indirizzi generici e tutti da precisare possano incidere veramente sullo spread tra i titoli decennali italiani e i bond tedeschi.

In sintesi – ora che si vanno diradando i fumi ottimistici – tre sono i punti essenziali (escluso il modesto stanziamento di 120 miliardi di euro per la ricapitalizzazione della BEI, il finanziamento di project bond, un riorientamento dei fondi strutturali ed un uso più efficiente del bilancio comunitario), emersi nel comunicato finale a conclusione dei lavori del summit, che vanno analizzati criticamente.

Primo: solo i Paesi virtuosi potranno accedere ai prestiti del  Fondo salva-Stati. Il termine “virtuoso” significa che il diritto ad ottenere i prestiti si ha dopo una verifica, ossia non vi è alcuna automaticità ed anzi vi è una selettività. Tale controllo sembra essere affidato alla BCE, ma non è ancora definitivamente stabilito. Diversamente chi lo effettuerà? Tanto è vero che Monti di fronte a questa incertezza ha detto che l’Italia per ora non ha bisogno di utilizzare i fondi  europei per far acquistare titoli pubblici sul mercato.

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Una costituente per il ” dopo Monti “

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CostituenteIl vero problema politico italiano non è tanto quello limitato ad  affrontare le elezioni del prossimo anno, ma piuttosto quello di predisporre  le  strutture del nuovo  Stato che si rende necessario per l’Italia del “dopo Monti”, ossia di quella che  dovrà coinciderà con l’inizio della Terza Repubblica e un consistente protagonismo europeo.

Se si rimane nell’ambito della sola problematica rivolta alla sopravvivenza dei singoli parlamentari entro  l’ attuale confine strutturale  – e non mobilitante  !  – del partito esistente , non solo si perdono le elezioni, ma anche non si pongono le basi per una ripresa dell’incidenza  di una forza politica che  ha molto da dire e  molto da fare per il bene del Paese.

La questione è duplice: anzitutto gli italiani sono confusi e sfiduciati e abbisognano di trovare motivi  convincenti addirittura per andare a votare. Gli ultimi sondaggi dicono che quasi il 45 % di essi non sa per chi votare e, se oggi si celebrassero le elezioni , se ne asterrebbero ancor di più, mentre  (forse) il 25 % voterebbe il centrosinistra e ( forse) il 20 % voterebbe il centrodestra.

In secondo luogo a tutti appare chiaro che la crisi attuale non è dovuta solo  alle singole deficienze delle istituzioni o di molti degli esponenti politici, ma all’intera struttura costituzionale della società organizzata a Stato. Tutti si rendono conto che anzitutto  è necessario un nuovo sistema per la selezione della classe dirigente e, che essa, insieme con una competenza specifica,  provata sul campo del lavoro prima delle elezioni,  disponga anche della possibilità di funzionare. Insomma di essere capace ed efficiente.

Ma per aver a disposizione un simile sistema bisogna rifare l’attuale Costituzione. La sola riforma del semipresidenzialismo non serve e, per quanto riguarda le prossime elezioni non è mobilitante. Insomma per ridare fiducia bisogna promuovere una accesa ed energica fase  costituente,  altrimenti i  cittadini non andranno alle urne: il primo che  – subito ! –  si farà banditore di campagna elettorale per una legislazione costituente avrà possibilità di successo. Diversamente l’esito sarà deludente.

Una riforma elettorale che limitasse  le cooptazioni da parte delle oligarchie di partito, e che introducesse soltanto sistemi di preferenza,  non muterebbe granché nella qualità della selezione.

E’ la base elettorale che va modificata, ossia la tipologia del cittadino elettore: non più solo l’individuo indifferenziato ed anonimo, ma la persona consapevole che opera e nell’operare si qualifica.

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