Caro Panebianco, non guardare al PD ma a tutta l’Italia…

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Angelo Panebianco

Angelo Panebianco

Quando un editorialista di vaglia, come il prof. Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera di domenica 23 ottobre scorso, si preoccupa di effettuare precisazioni lessicali, vuol dire che  è in arrivo una svolta politica significativa. E ciò almeno come conseguenza della sua valutazione.

Tuttavia una volta effettuata la distinzione concettuale il lettore attende anche di conoscere il seguito, ossia gli sviluppi e le soluzioni alternative a tutto campo che l’articolista dovrebbe proporre. E questa non è la conclusione conseguente al ragionamento effettuato perché essa è  auspicata soltanto in un senso, cioè, come nel caso in questione, dalla parte della sinistra.

Dice Panebianco che “il politicismo è la tendenza a costruire alleanze e aggregazioni prescindendo da accordi chiari sulle policies, sulle politiche di governo” . E subito precisa che il politicismo è una malattia tanto delle forze di governo che di quelle di opposizione ed elenca tutta una serie di  situazioni attuali nelle quale i programmi di ciascuna delle forze fra loro alleate (o che dovrebbero esserlo se dall’opposizione vogliono passare al governo) sono invece pesantemente divergenti rispetto all’azione che,invece di essere convergente, finisce per essere paralizzante. In altre parole   non politicamente costruttiva.

Il prof. Panebianco, poi, osserva: “ E’ falso  ciò che dicono i nemici del bipolarismo, ossia che queste forme di  deteriore politicismo siano il frutto di un sistema bipolare mal funzionante. Il politicismo, infatti, è una tradizione che risale alla Prima  Repubblica”. E qui l’articolista fa il caso da un lato, delle promesse facili – perché non verificabili –  da parte del Pci, che operava in un sistema bloccato dagli equilibri internazionali e, dall’altro, dei partiti anticomunisti che erano condannati a governare insieme perché “ non c’era bisogno di reali convergenze programmatiche” in quanto “era sufficiente il possesso della tessera di appartenenza al « club occidentale»” .

Ora però il bipolarismo invece ha il merito di  rendere più difficile sostenere il bluff politicistico, cioè – come detto-  le sole convergenze partitiche, ma non quelle dei contenuti programmatici perché una volta vinte con l’inganno e la demagogia le elezioni, il popolo punisce chi non ha mantenuto le promesse in quanto é bloccato dagli insanabili dissapori interni all’eterogenea alleanza.

Insomma questa sarebbe la ragione per la quale tanti uomini politici odiano il bipolarismo e guardano con nostalgia ai bei tempi in cui non c’era bisogno di rendere conto delle promesse fatte. Ma, a parte questa possibile tesi di un ritorno al sistema proporzionale –  che potrebbe riguardare le forze dell’attuale cosiddetto Terzo Polo, oppure quelle che si agitano a lato del PD, la prassi delle sole convergenze elettorali, ma non di quelle che sottoscrivono un vero e impegnativo programma politico di legislatura –  non è più possibile “ a causa della crisi internazionale che  – come dice sempre il prof.  Panebianco  –  promette di durare a lungo e di esercitare pressioni fortissime…  le coalizioni eterogenee, condannate all’immobilismo causa dei veti e contro-veti interni diventano sempre più ingestibili”.

E qui Panebianco sembra centrare la natura endemica della crisi interna del Partito Democratico che si sta dilaniando fra posizioni programmatiche fra loro incompatibili: “accettare o respingere le condizioni poste dalla Bce all’Italia in materia di privatizzazioni, liberalizzazioni del mercato del lavoro, eccetera. Se il Pd accettasse queste linee si renderebbe impossibile l’alleanza con la sinistra di Vendola”

L’editorialista del Corriere della Sera  conclude:  dicendo: “ mi sembra che [qui stia] la vera posta in gioco nello scontro ( anche generazionale) interno al Partito democratico. Si tratta di una scelta fra una grande coalizione elettorale purchessia  e una condizione minima vincente”.

L’analisi, dunque, appare condivisibile, ma usata a senso unico,e quindi priva di sbocchi realisticamente costruttivi. perché non tiene  presente  la realtà interna dell’Italia e la sua posizione quale protagonista nell’Unione Europea e attore  ben presente, addirittura con le sue truppe,  sullo scacchiere mondiale.

Il nostro Paese  ha solo un problema di controllo e riassorbimento graduale del debito pubblico, peraltro abbondantemente equilibrato dal  fatto che esso è per la metà in mano degli stessi risparmiatori italiani e per di più le famiglie (e in buona parte anche le imprese) sono dotate di attivi patrimoniali quali non  sono analoghi in altri Paesi piuttosto altezzosi nel guardarci.

L’Italia invece ha bisogno di  un progetto di ammodernamento strutturale e infrastrutturale di grande respiro sia dal lato  dei rapporti fra i fattori della produzione ( passaggio a forme di partecipazione nelle imprese ) e dall’altro di accordi fra le forze produttive  sugli indirizzi impegnativi dei vari settori economici che tengano conto della agguerrita competizione internazionale e dei mercati aperti.

Qui stanno i progetti da mettere a punto ed i programmi da scadenzare con forte volontà politica

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