Banche e finanza non salveranno l’economia reale

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Il dibattito politico attualmente in corso, oltre gli aspetti riguardanti i problemi incombenti sul nostro Paese e sull’Europa, si caratterizza per una generale accusa  nei riguardi delle aspettative deluse e quindi  di sfiducia nella classe politica.

La questione riguarda non solo l’Italia, ma tutta l’eurozona e quindi costituisce un grave pericolo per l’avvenire.  Ci si domanda infatti come è possibile che coloro i quali hanno responsabilità politica non vedano l’abisso in cui l’Europa rischia di precipitare per l’assenza di prospettive e non presentino progetti adeguati alle esigenze attuali e, soprattutto, future.

Perché – ancora ci si domanda – non si elabora un piano che vada al di là delle mezze misure che oggi i governi nazionali e le euro-burocrazie presentano? Perché le sole misure che vengono prese si limitano ad introdurre o a ridurre la liquidità monetaria (manovrando sulla quantità o sul costo) e questa liquidità è riservata solo al sistema bancario e finanziario e non direttamente all’economia reale?

Le risposte che la pubblicistica attuale, sia quelle dei quotidiani che  degli economisti delle varie scuole, oltre a mancare di analisi adeguate, hanno tutte un sottofondo ideologico comune: bisogna lasciare assoluta la libertà di investimento agli individui.

Appare chiaro che la conseguenza di questo ragionamento è la seguente: i privati, se non hanno capitale proprio, sono obbligati a ricorrere all’intermediazione bancaria o ai centri di speculazione finanziaria, mentre i pubblici poteri non assumono adeguate iniziative, né responsabilità dirette, volte a creare servizi infrastrutturali di durevole utilità sociale.

Si dice infatti, da parte di coloro che professano coscientemente o incoscientemente tale ottuso liberismo, che il denaro fornito tramite il sistema bancario e finanziario sarà automaticamente impiegato nella maniera più produttiva dai singoli attraverso i finanziamenti contrattati.

Si tratta dunque della solita cieca fiducia in quella miracolistica capacità di autoregolarsi del mercato che viene costantemente contraddetta dalle ricorrenti crisi economiche che abbiamo conosciuto in passato e che oggi,  con la crisi in corso, costituisce l’ulteriore macroscopico esempio.

Da qui deriva l’ulteriore disimpegno a indirizzare o a programmare gli investimenti da parte di coloro che sono eletti come rappresentanti del popolo, i quali  dovrebbero essere responsabili del bene pubblico, mentre prevale invece per essi il desiderio di non assumere responsabilità per non perdere consensi.

Tale liberismo preconcetto si sposa con l’altra fondamentale questione  riguardante il sistema partitocratico il quale domina la selezione dei rappresentanti del popolo. Ed infatti resta senza risposta la parallela domanda che i cittadini si pongono: Come è possibile che persone intelligenti e che hanno alle spalle esperienze di rilievo, non si rendano conto della gravità delle cose?

Due sono le risposte. Anzitutto la prima riguarda il fatto che la maggior parte della classe politica al potere non pensa al medio-lungo periodo perché si preoccupa  solo della più vicina scadenza elettorale e quindi traguarda ogni iniziativa alla sole immediate incidenze. Le soluzioni presentate hanno ben poco di organico e di risolutivo e vengono introdotte solo se appaiono prive di peso per i cittadini.

La seconda risposta riguarda l’altra realtà: i rappresentanti politici eletti tramite i partiti, così come oggi sono concepiti, non hanno dagli elettori uno specifico mandato per risolvere i problemi incombenti, bensì solo un generico benestare ad un indirizzo legato soltanto alla propaganda volta a catturare la compiacenza.

L’attività politica, dunque, ha oggi il suo fondamento che prescinde dall’impegno etico e cerca giustificazioni nelle convinzioni dottrinali di un anacronistico laissez faire et laissez passer che coinvolge il comportamento anche degli uomini migliori.

La vera problematica politica dei nostri tempi – dunque – non è tanto quella  degli oneri che vengono ad assumere le genti presenti e neppure quella che potrà ricadere su quelle future (per esempio inasprimento fiscale e riduzione dei sussidi sociali). I veri costi attuali sono quelli del non impegno e del non intervento.

Pertanto dobbiamo dire che, attraverso il maxi finanziamento deciso dalla BCE, si è riusciti solo a far guadagnare all’eurozona un po’ di tempo perché l’effetto calmieratore dei suoi interventi nei confronti della speculazione è di breve periodo e non è affatto risolutivo ai fini della ripresa dello sviluppo.

Anche per l’Italia è necessario puntare sull’economia reale la quale, come insegna la storia economica degli ultimi due secoli, può diventare auto espansiva solo se all’inizio vi sono massicci lavori pubblici rivolti all’ammodernamento e al potenziamento delle reti infrastrutturali.

I pubblici poteri, nazionali ed europei, quindi, debbono impegnarsi molto di più negli investimenti finalizzati alla produzione di beni e servizi. Insomma si tratta di una autentica rivoluzione nella impostazione concettuale della politica economica, sulla quale si è costruito, prima, il mercato comune e poi la burocrazia eurocentrica.

Senza questo cambiamento radicale non vi sarà autentica ripresa e aumenteranno i  rischi dei conflitti sociali all’interno dell’Unione Europea. E ciò mentre premono le popolose economie asiatiche e costituiscono ulteriori gravi minacce i conflitti etnici, religiosi e nazionali delle zone che vanno dal Medio Oriente a tutta l’Africa Settentrionale  per la pressione delle immigrazioni incontrollate e la possibile indisponibilità delle forniture energetiche.

 

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